Musica
Elegia
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Paolo Conte
Informazioni
di Paolo ConteEdizioni: Atlantic/Warner Music
Era dal 1995 con "Una faccia in prestito" che Paolo Conte non licenziava un album interamente formato da nuove composizioni. Quasi due lustri, discograficamente occupati da un succedersi di più o meno interessanti raccolte e lavori dal vivo, oltre che dal musical - ambientato nella Parigi degli anni Venti ed incentrato sulla scomparsa d'una famosa ballerina di colore - "Razmataz" (2000). Ma di canzoni inedite, niente: ad aumentare i timori dei fan, qualche tempo fa circolavano voci d'una crisi di ispirazione del cantautore di Asti, confermate dal medesimo in interviste. Ce n'era abbastanza, insomma, per disporsi all'ascolto di "Elegia" (Atlantic) con preoccupazione: destinata, diciamolo subito, a sciogliersi al primo ascolto ed ancor più, forse, a quelli seguenti. Perché quest'ultima fatica del Nostro non ha la forza dirompente o l'immediatezza di titoli quali "Un gelato al limon" (1979) o "Paris Milonga" (1981): i 13 brani che lo compongono hanno una patina di malinconia, un sentore di scoramento che filtra sommesso da ogni nota e rende l'approccio più difficile. Il piano debussiano, gli archi che caratterizzano il pezzo da cui il cd prende il titolo hanno, ad esempio, un blend agrodolce, a tratti intriso di una dolorosa nostalgia. Conte prosegue, imperterrito, nella sua galleria di personaggi anacronistici e buffi, eccentrici e disperati: l'acme lo si tocca ne "La nostalgia del Mocambo", quarta puntata della saga dell'uomo col tinello marron, ma irresistibili sono pure i ritratti del "Sandwich Man" ("Caricato d'immagini che mi dan le vertigini... Voglio gli indiani non voglio l'amor") e del sublime suonatore di bandoneon de "Il regno del tango", che si lamenta dello stipendio ("Poco compendio per una vita di languor") e finisce cacciato dalla proprietaria del cinema dove si esibiva ("Bandoneon, vecchio leon, mordila"). Preziosismi musicali (l'uso del fagotto e del corno francese, che colorano d'astrazione "La casa cinese"), allegorie lievi (la misteriosa nave che passa in "Chissà", quasi un omaggio a Fellini), versi straordinari ("Siamo angeli stregati da infinita allegria", si ode nell'intensa "Non ridere") fanno da corona ad almeno due capolavori: "Frisco", abbacinante visione d'una San Francisco trasmutata in antica metropoli, Babilonia o Ninive, su toni immaginifici ("Frisco sei chic e ambiziosa, come un sofà di cretonne"); "India", omaggio ad un'umanità sconfitta ma non doma dinanzi al mediocre nuovo che avanza ("E il mondo colonial... si crede intellettual..."). Si chiude in leggerezza sul divertissement de "La vecchia giacca nuova", divagazione deliziosamente swingante sull'essere e l'apparire, venata di scherzoso autobiografismo ("sì, ma io con la giacca nuova non lavoro nel varietà, sono uno con la giacca nuova, questa è l'unica verità").Francesco Troiano