Arte
Cranach. L'altro Rinascimento
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Lucas Cranach, Venere e Amore che reca il favo di miele, 1530, olio su tavola, Galleria Borghese, Roma
Informazioni
Roma, Galleria Borghese
dal 15 ottobre 2010 al 3 marzo 2011
Orari: martedi - domenica  9.00 - 19.00
Biglietti: intero euro 13,50 ; ridotto euro 10,25
Prenotazioni: prenotazione obbligatoria tel. 06. 32810
Nel 1550, ad Augusta, si incontrarono i due più famosi ritrattisti del Nord e del Sud dell'Europa: Tiziano Vecellio e Lucas Cranach il Vecchio. Tiziano (1480/85 -1576) aveva l'incarico di ritrarre vincitori e vinti dopo la battaglia di Mühlberg nella quale l'Alleanza Cattolica, guidata da Carlo V, aveva inflitto una cocente sconfitta alle truppe protestanti. Cranach (1472 – 1553) era lì al seguito del proprio signore Giovanni Federico I di Sassonia, detto il Magnanimo, campione della Riforma e prigioniero degli imperiali. Si trovavano su fronti opposti ma sotto molti aspetti, il genio cadorino  e il pittore dei Wettin erano sorprendentemente simili. Quasi coetanei e ormai avanti negli anni, da quasi mezzo secolo erano entrambi gli artisti di punta dell’epoca: Tiziano, pittore ufficiale della Repubblica veneziana, per qualche anno pittore di corte dell’imperatore Carlo V, e, dagli inizi del Cinquecento, anche dei successori di Pietro; Cranach, pittore di corte a Wittemberg dove, chiamato dall’Elettore di Sassonia Federico il Saggio nel 1504, sarebbe rimasto per quasi cinque decenni lavorando consecutivamente e fino alla morte per tre successivi elettori della casa dei Wettin; amico di Lutero, fu anche l’illustratore e propagandista della Riforma. Entrambi erano a capo di importanti botteghe, vere e proprie imprese d’arte indispensabili a soddisfare il fiume di richieste che arrivava loro. Entrambi avevano figli che ne seguirono le orme: ma mentre Orazio, figlio di Tiziano, premorì al padre, il figlio di Cranach (Lucas come il padre e per questo Cranach viene detto "il Vecchio") ne ereditò la bottega. Quasi inevitabile a certi livelli condividere i committenti: ad Augusta Tiziano dipinse i due celeberrimi ritratti di Carlo V, a cavallo (ora al Prado) e  seduto (a Monaco, Alte Pinakothek), ma già intorno agli anni Trenta del Cinquecento anche Cranach aveva eseguito un ritratto di Carlo V. Quanto al Principe Elettore (e all’intera dinastia di Sassonia), più volte effigiato da Cranach in quanto pittore di corte, nel 1550/51, Tiziano ne realizzò due “ritratti privati” che imitavano il genio tedesco e che andarono ad aggiungersi all’altro ritratto del principe luterano eseguito due anni prima. Stando ai documenti inoltre, Tiziano e Cranah incrociarono i pennelli ritrendosi reciprocamente (tali opere sono però andate perdute) e non è da escludere, mentre si specchiavano l’uno nell’altro, che pensassero a quanto le loro sorti fossero interscambiabili.
Tra i protagonisti di questo stellare duello artistico ad intrigare di più è la figura di Lucas Cranach che, agli inizi del Cinquecento - mentre l’Italia con Raffaello, Leonardo, Michelangelo, Tiziano (e tutta la scuola veneta con Mantegna, Bellini, Giorgione e Cima) definiva il Rinascimento come classicismo e lo imponeva universalmente come nuovo canone estetico -  fu capace di elaborare un linguaggio artistico non solo originale rispetto alla maniera italiana ma soprattutto  coerente con la rivoluzione religiosa e politica, sociale ed economica in atto nella Germania dell’epoca. Una rinascenza alternativa che declinava l’umanesimo con accenti espressionisti, spigolosi, spesso ironici e grotteschi, divenuti poi la norma per la successiva cultura figurativa dell’Europa centro‐orientale.
Un traguardo eccezionale per un artista della cui formazione non si sa molto e che aveva cominciato in sordina come seconda (o forse terza o quarta) scelta di Federico il Saggio, Elettore di Sassonia che, nel 1504, partito il veneziano Jacopo de’ Barbari (quello della celeberrima pianta della Serenissima a volo d’uccello) e non potendo avere Dürer, lo chiama a Wittemberg come artista di corte. Certo Federico non era uno sprovveduto e senz’altro aveva avuto notizia dell’ esordio viennese di Cranach avvenuto qualche anno prima con opere segnate da una maniera spettacolarmente espressiva. Ancora più certo è che non dovette pentirsi di questa scelta visto che Cranach conservò il suo ruolo per mezzo secolo facendosi testimone di una Germania feudale e popolare, sanguigna ed eccentrica. Come pittore di corte Cranach svolse i compiti più diversi: affrescare interni ed esterni di residenze nobiliari e castelli di cui nulla ci resta, organizzare feste e tornei e persino ruoli diplomatici, oltre naturalmente a effigiare i propri mecenati. Era un pictor doctus ed i soggetti delle sue tavole si ispiravano alla storia sacra e antica e alla mitologia, ma, a differenza di Dürer, Cranach non conobbe direttamente l’antico né visitò mai l’Italia, così che i modi di declinare quei temi furono più vicini a quelli della figurazione fiamminga di van Eyck, van der Weyck e Bosch e con echi medievaleggianti. Alla corte di Federico il Saggio e attraverso Dürer e de’ Barbari, Cranach ebbe modo di conoscere la coeva pittura italiana, ma pur subendone l’influenza riuscì a non diventarne ostaggio. D’altra parte Wittenberg in quegli anni significava anche Lutero e quindi la Riforma, che fu  questione religiosa ma anche politica ed economica.
La Riforma costituisce uno spartiacque della storia europea e cruciale nella sua diffusione fu la nuova iconografia dei Comandamenti proposta da Lucas Cranach nel 1527 in una serie di incisioni che dovevano illustrare un trattato di Melantone (che non vide mai la luce) e che furono utilizzate nel 1529 per il Grande Catechismo di Lutero. Inoltre, grazie ai ritratti delle figure rappresentative di questo movimento, Martin Lutero e Filippo Melantone, fu sempre Cranach a dare letteralmente un volto alla Riforma. Il gusto di immortalare le persone lo rese estremamente popolare nel cuore della remota Sassonia non solo presso l’alta nobiltà tedesca, ma anche nel patriziato cittadino e nell’agiata borghesia mercantile, tanto da rendere necessaria la creazione di una vera e propria impresa d’arte dove presto alla linea di produzione pittorica si aggiunge quella di disegni per silografie, che diventano in seguito la principale fonte di reddito della ditta.
Per completare il quadro delle abilità imprenditoriali di Cranach sono inoltre da ricordare la gestione dell’unica farmacia cittadina fonte di facili guadagni attraverso lo smercio di medicamenti e pozioni ma anche dolciumi, liquori e degli stessi materiali pittorici, nonché la sua disponibilità a soddisfare richieste papiste come quella del cardinale Alberto di Brandeburgo, che gli conferisce l’incarico gigantesco di decorare le chiese di Halle e di Berlino con un’infinità di pitture.
Anche chi non sia nato nella patria di Goethe, di Lucas Cranach il Vecchio conosce almeno un’opera, quel ritratto di Lutero che in una delle innumerevoli varianti compare nel capitolo dedicato alla Riforma protestante dei manuali di storia moderna, eppure l’artefice di questo Rinascimento del Nord, soprattutto in Italia, rimane nel cono d’ombra del suo contemporaneo e rivale Dürer che con l’Italia ebbe legami molto più stretti. Un’occasione per avvicinare questo grande protagonista dell’arte europea del Cinquecento è fornita dalla magnifica mostra allestita alla Galleria Borghese di Roma che ne ripercorre l’opera indagandone i rapporti con la coeva arte rinascimentale italiana.
In un gioco di rimandi e rispecchiamenti la rassegna racconta questo Rinascimento altro e profondamente diverso da quello popolato da Veneri botticelliane e soavi madonne leonardesche che abita stabilmente nell’immaginario collettivo, procedendo per affinità - rappresentate da un drappello di italiani più o meno nordicizzanti, come Lorenzo Lotto e Jacopo de’ Barbari, Marco Basaiti, Francesco Francia, Bartolomeo Veneto, Brescianino, Palma il Vecchio, Andrea Solario, Dosso Dossi - e differenze, incarnate dai massimi esponenti della maniera classicheggiante con Raffaello e Tiziano, Cima da Conegliano e Bellini nelle opere che appartengono alla Galleria romana.
In mostra quarantacinque autografi - tra tavole e incisioni - del maestro nordico che illustrano tutti i soggetti tipici e i caratteri distintivi della sua pittura: dal Cranach naturalista e paesista che nel nitore dei particolari si fa interprete della grande tradizione fiamminga e borgognona al ritrattista autore capace di caratterizzare espressionisticamente i propri dipinti, puntando ad un realismo spinto fino al grottesco (come nel Ritratto di Carlo V) ma anche di prodursi in una pseudoritrattistica in cui si specchia la Germania del Cinquecento. Ed ancora il Cranach narratore di miti (in mostra lo splendido Giudizio di Paride che viene da Forth Worth, la Famiglia del Fauno del Getty, Diana e Atteone della Galleria Nazionale di Trieste, Bacco e il tino) e quello che illustra storie bibliche (Adamo ed Eva dagli Uffizi, Giuditta con la testa di Oloferne dalla Gemäldegalerie Alte Meister di Kassel, Salomè da Lisbona  e da Budapest, Il Sacrificio di Abramo del Liechtenstein Museum di Vienna, Lot e le figlie della Staatgalerie di Aschauffenburg) e il moralista che ironizza spietato nella serie di Coppie mal assortite. Il cantore dei grandi riti cortigiani quali le Cacce al cervo (La caccia in onore di Ferdinando I che viene dal Prado e La caccia vicino a Hartenfels Castle da Cleveland). Infine quello di un universo femminile perfido e seducente che si moltiplica vertiginosamente in innumerevoli figure: Lucrezie trafitte, Veneri e Diane diversamente atteggiate, flessuose adolescenti, dagli occhi a mandorla e la pelle di alabastro, che guardano con malizia e hanno movenze danzanti. E per finire anche una serie di Madonne con Bambino e San Girolamo realizzate per accontentare, da buon imprenditore ancorché luterano, la sua ammirata committenza religiosa.