Cinema
Cuore sacro
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Información
CAST TECNICO ARTISTICORegia: Ferzan Ozpetek
Sceneggiatura: Gianni Romoli, Ferzan Ozpetek
Fotografia: Gian Filippo Corticelli
Montaggio: Patrizio Marone
Scenografia: Andrea Crisanti
Costumi: Catia Dottori
Musica: Andrea Guerra
Italia, 2005
Durata: 117 minuti
Produzione: R&C
Distribuzione: Medusa


PERSONAGGI E INTERPRETI
Irene: Barbora Bobulova
Giancarlo: Andrea Di Stefano
Eleonora: Lisa Gastoni
Benny: Camille Dugay Comencini
Padre Carras: Massimo Poggio
Giovane imprenditrice immobiliare, Irene Ravelli ha saputo mettere a frutto il proprio talento negli affari, accrescendo - con l’aiuto della zia Eleonora - in modo consistente il patrimonio paterno. Il suicidio d’una coppia di amici di lunga data, dei quali aveva rilevato l’azienda, le cagiona turbamento. Rientrata in possesso del palazzetto di famiglia, ella scopre che la stanza della madre - morta molti anni prima, in circostanze misteriose - è rimasta intatta, con le sue pareti rosse gremite di frasi indecifrabili. La presenza rimossa della genitrice e l’incontro con Benny, una bambina vivace ed imprevedibile, innescano un cambiamento che la induce ad interessarsi dei bisogni dei diseredati: con l’aiuto di padre Carras, ella si dedica completamente alla sua nuova missione, sino ad ingenerare dubbi sulla propria sanità mentale.
Al suo quinto lungometraggio, il cineasta turco Ferzan Ozpetek fa una scommessa azzardosa: parlar del rapporto fra il sacro e la contemporaneità, quest’ultima incarnata in personaggi di borghesi danarosi ed avidi. Non è un tema nuovo, nel cinema italiano. Pasolini, in “Teorema” (1968), intendendo dimostrare “l’incapacità dell’uomo moderno di percepire, ascoltare, assorbire e vivere il sacro”, faceva spogliare di tutto Massimo Girotti in mezzo alla gente, come qui avviene alla Bobulova; mentre Rossellini, in “Europa ‘51” (1952), metteva in scena il fervore missionario della moglie di un industriale, provocato dal suicidio del figlioletto.
Il problema è che Ozpetek non ha l’ intensità poetica del primo né l’austera asciuttezza dell’altro: il suo film, zeppo di digressioni e riempitivi, è sconnesso nelle premesse e fumoso nelle conclusioni, con soluzioni narrative (le apparizioni dei fantasmi) che lasciano davvero sconcertati.
Quanto al valore del sacrificio individuale ed alla charitas quale mezzo per cambiare le cose, si ripensa con nostalgia alla forza ed alla lucidità con cui in “Viridiana” (1962) Bunuel acclarava l’inutilità, l’impotenza della religione ad affrontar la pena degli ultimi con soluzioni nuove e rivoluzionarie. La sua feroce parodia dell’Ultima Cena è un salutare antidoto ai pasti ammanniti ai poveri gentili, disciplinati, seri di “Cuore sacro”, giusto come piacciono alle dame caritatevoli in libera uscita dal loro universo di privilegi.

F. T.