Harvard Diary
Straniero di Umberto Curi
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Umberto Curi, Straniero, copertina del libro
Informazioni
Raffaello Cortina
pp. 174
euro 12,50
Un recentissimo articolo di Nature ha rivelato che due milioni di anni fa nei gruppi di ominidi che vivevano nel sud dell’Africa erano le femmine ad allontanarsi dopo la pubertà. La notizia ha suscitato l’interesse dei media perché smentisce, almeno a livello dei nostri progenitori, il cliché di un istintivo attaccamento femminile alla famiglia e di una naturale irrequietezza dei maschi. Ma c’è un altro elemento che avrebbe meritato di essere messo in evidenza: la ragione per cui le australopiteche se ne andavano o venivano scacciate era che doveva essere evitata la riproduzione fra consanguinei, a prevenire le tare genetiche tipiche di popolazioni ad alto coefficiente di inincrocio ma anche ad allargare la coesione sociale fra tribù vicine incrementando i legami di parentela e diminuendo i rischi di guerre e violenze. È il paradosso che Curi, uno dei maggiori filosofi italiani, studia in questo libro: per rafforzarsi, una comunità deve ibridizzarsi, aprirsi all’esterno. Per sopravvivere, ha bisogno di ciò che le è alieno: lo straniero. L’ambiguità è espressa dal sostantivo greco xenos: che indica colui che viene da fuori e che in quanto tale rappresenta, sì, un potenziale pericolo ma anche un’opportunità, e nei confronti del quale occorre dunque esercitare il dovere sacro dell’ospitalità. Emblematico l’incontro di Ulisse e Polifemo: è la pregiudiziale ostilità del Ciclope, la sua arrogante e superficiale incapacità di considerare Ulisse una persona (e infatti ne accetta senza sospetto il nome “Nessuno”) a portarlo alla rovina. Come storicamente accadde a Montezuma, che malgrado una schiacciante superiorità militare si fece annientare dagli spagnoli per non averne saputo elaborare l’alterità: incapace di percepirne (ha notato Todorov) l’identità umana, ossia di riconoscerli come eguali e diversi al tempo stesso, vide in essi degli dèi, con effetto paralizzante. Al di là del giudizio morale (egoismo, intolleranza) il rifiuto della diversità provoca una fatale sclerotizzazione: il suo sintomo e la sua condanna sono la cecità. In connessione con l’episodio omerico Curi discute il Simposio, in particolare il discorso in cui Socrate, per spiegare cosa sia l’eros, ricorda l’insegnamento di Diotima. Sino al suo intervento i partecipanti al banchetto di Agatone, colti e brillanti ma omogenei socialmente e culturalmente, si erano limitati a tessere l’encomio di Amore, compiacendosi di spiegarlo nei termini che loro stessi gli avevano dato: un classico esempio di autoreferenzialità. Ma a Socrate non interessa l’affermazione della propria identità: gli importa la ricerca della verità. Per questo cita una donna nata in un’altra regione, doppiamente straniera dunque: perché, spiega Curi, “non è possibile dire la verità se non attraverso il confronto con il discorso di chi sia estraneo alla comunità e con essa entri in comunicazione”. Mi pare questa la più grave conseguenza dell’ostilità, così diffusa oggi in occidente, nei confronti dell’immigrazione di massa dal terzo mondo: più che il rifiuto dello straniero, il rifiuto del confronto. Le misure restrittive che vengono richieste e implementate con sempre maggiore frequenza (ma scarsa efficacia) potrebbero anche essere, in specifiche contingenze, opportune o addirittura giuste; sostenere che bisogna accogliere tutti e sempre non è solo ingenuamente utopistico: è una presa di posizione in favore di un globalismo totale che facilita l’annullamento delle comunità più deboli o meno prolifiche in quelle più aggressive e demograficamente irresponsabili. Del tutto inadeguata e inaccettabile è invece la retorica conservatrice su cui i provvedimenti anti-immigrazione si basano: una retorica della paura, “paura come sintomo inconfondibile della pregiudiziale indisponibilità a istituire un rapporto, come riflesso di una insicurezza invincibile, come testimonianza dell’incapacità di riconoscere un dato fondamentale, e cioè il fatto che la relazione con l’altro costituisce la condizione senza la quale non è possibile il riconoscimento della propria identità”. Paura di cambiare, ancor più che di venire cambiati. Paura dell’ignoto, dello stato di esitazione che sempre accompagna la ricerca della verità, inclusa quella su noi stessi. Significativamente il primo capitolo di Straniero è dedicato al concetto freudiano dell’Unheimliche, il perturbante: che è qualcosa di spaventoso ma al tempo stesso di familiare; una minaccia e insieme un desiderio. La vera contrapposizione, culturale e politica, non è fra chi nel perturbante coglie solo l’orrore e nello straniero solo il nemico, e chi dall’altra parte priva entrambi di ogni negatività. La vera contrapposizione è fra chi ha bisogno di annullare l’ambiguità, in un modo o nell’altro, e chi la sa accettare. Come aveva intuito Shakespeare, che nell’Otello mise in scena appunto la scelta che individualmente e collettivamente ci viene offerta fra un mondo (e una visione del mondo) decifrato attraverso dicotomie nette (nella fattispecie, bene-male, bianco-nero, paradiso-inferno, significato-significante) e un mondo decifrato attraverso la comprensione e la compassione (con-pati). Ha scritto un altro filosofo, Stanley Cavell, a proposito di Otello e Desdemona: “Le differenze fra i due, per cui uno rappresenta tutto ciò che non è l’altro, sono un emblema della separazione umana, che può essere riconosciuta e accettata, oppure no; un po’ come la separazione da Dio, che è tutto quel che noi non siamo”. Così la separazione dallo straniero. Da Platone e i Vangeli sino a Kant, Freud e Derrida, Curi ha indagato con acume e grande chiarezza la fondamentale, e fertile, antinomia del pensiero occidentale, che pur essendosi strutturato in termini binari ha al tempo stesso e incessantemente cercato un antidoto contro questa forma mentis: trovandolo per esempio nella metaxy, concetto che Socrate espone appunto in relazione a Diotima e che non significa solo o tanto medietà (meta) quando mescolanza, commistione (xyn, “con”). Mi ha un po’ sorpreso, pertanto, che subito dopo Curi porti l’esempio di un altro famoso discorso del Simposio, quello in cui Aristofane (che a differenza di Socrate cerca conferme, non verità) espone la sua teoria antropogenetica, secondo la quale in origine non esistevano uomini e donne ma esseri completi, dotati di due teste, due sessi e otto arti, utilizzandola per far risalire l’attrazione amorosa al desiderio di ricomporre la perduta unità. In questa prospettiva anche lo straniero sarebbe colui che offre “la possibilità di un risanamento”, un tramite “affinché da due si ritorni all’uno”. Un dono, in apparenza; ma che comporta un grave rischio: rimediare a una difettività, sentirsi di nuovo “interi”, o anche solo volersi tali, conduce a un senso di perfezione che esclude ogni autentica differenza e pluralità. Come le dicotomie imprigionano il discorso entro poli predeterminati, così l’assimilazione dell’altro (che è sempre un altro) ostacola la presa di coscienza della molteplicità delle esperienze e ci impedisce, al pari dei convitati platonici, di distinguere le cose dalla nostra rappresentazione delle cose. Il punto è che lo straniero non è un indice dell’ambiguità della realtà ma un dato di fatto della realtà: la diversità esiste. Ospitalità non significa allora annullare o ignorare uno scarto, sanare una differenza; significa, semplicemente, accettare la vita; non quella dell’altro, che comunque non ci appartiene e ci rimane fatalmente estranea: la nostra, nella sua ricchezza e contraddittorietà.

Giudizio: Giudizio: Quattro stelle

Riferimenti:
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Tzvetan Todorov, La conquista dell’America. Il problema dell’“altro”, Einaudi, pp. 334, euro 12,50.
- Platone, Simposio, a cura di Giovanni Reale, Fondazione Valla-Mondadori, pp. 372, euro 30,00.
- Stanley Cavell, Il ripudio del sapere. Lo scetticismo nel teatro di Shakespeare, Einaudi, pp. 307, euro 23,00.

Altri libri di Curi:
- Miti d’amore. Filosofia dell’eros, Bompiani, pp. 381, euro 12,00.
- Un filosofo al cinema, Bompiani, pp. 200, euro 7,50.
- La forza dello sguardo, Bollati Boringhieri, pp. 248, euro 25,00.
- Filosofia del don Giovanni. Alle origini di un mito moderno, Bruno Mondadori, pp. 250, euro 11,50.
- Endiadi. Figure della duplicità, Feltrinelli, pp. 176, euro 21,00.
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