Dante
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Epistole VIII - XIII - Riassunti
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VIII [maggio-autunno 1311]. Diretta a Margherita di Brabante, moglie di Arrigo VII, questa lettera fu scritta da Dante per conto di Gherardesca, figlia di Ugolino, nonché moglie del conte Guido da Battifolle. Rispondendo a una missiva dell'imperatrice che la informava dei successi della campagna militare italiana del consorte, Gherardesca si rallegra per la fortuna che arride alla coppia imperiale, augurandosi che la Provvidenza divina conceda un prospero seguito ai felici esordi del loro regno. La lettera si chiude invocando sulla contessa la protezione e la benevolenza di Margherita.

IX [maggio-autunno 1311]. In questa lettera, scritta sempre a nome della contessa di Battifolle in risposta a un'altra missiva dell'imperatrice, Gherardesca, dopo aver ringraziato Margherita per l'onore che le ha fatto informandola dello stato di salute suo e del consorte, invoca sulla maestà imperiale la ricompensa divina per la sua benevolenza, augurando alle imprese dell'imperatore un esito conforme alle sue aspettative.

X [18 maggio 1311]. Scritta ancora per conto di Gherardesca di Battifolle in risposta a una terza epistola dell'imperatrice, questa lettera, come le precedenti, esprime il compiacimento di Gherardesca per il felice svolgimento dell'impresa di Arrigo VII, rammentando peraltro all'augusta corrispondente la fedeltà del suo casato alla famiglia imperiale. L'epistola, nella quale la contessa adempiendo a una richiesta di Margherita riferisce all'imperatrice circa lo stato di salute dei propri congiunti, si conclude con la sottoscrizione "Missum de Castro Poppii XV Kalendas Iunias, faustissimi cursus Henrici Cesaris ad Ytaliam anno primo".

XI [maggio-giugno 1314]. Indirizzata ai cardinali italiani riuniti nel conclave che avrebbe portato all'elezione di Giovanni XXII (1316), la lettera, che si apre con la citazione di un versetto delle Lamentazioni di Geremia (I, i), esordisce paragonando la Gerusalemme assediata e distrutta, pianta dal profeta, a Roma, la sede apostolica consacrata dal sangue dei santi Pietro e Paolo, ma abbandonata dai pontefici dopo il trasferimento di Clemente V ad Avignone. Denunciato lo scherno di cui è fatto oggetto il culto cristiano da parte degli infedeli, dei giudei e dei pagani a causa dell'esilio del papato in terra di Francia, Dante accusa i cardinali di aver condotto il carro della Chiesa fuori dalla via tracciata da Cristo e rammenta loro la punizione divina che li attende. Pur riconoscendosi ultima pecora del gregge cristiano, il poeta confida di poter suscitare con le sue rampogne sentimenti di vergogna e di pentimento in quei pastori della Chiesa che sono animati, non dalla giustizia o dalla carità, bensì dalla cupidigia. Dopo aver dichiarato che il suo sdegno è condiviso da molti, rinnova ai propri interlocutori l'invito a pentirsi e, rivolgendosi in particolare ai cardinali romani (Napoleone Orsini, Francesco Gaetani, Jacopo e Pietro Colonna), cerca di muoverli a compassione per la sorte della loro città natale. Infine, rimproverati Napoleone Orsini e Jacopo Gaetano Stefaneschi per aver assecondato, in nome d'interessi personali, il trasferimento della sede pontificia in Francia, Dante invita i cardinali italiani a fare ammenda delle loro colpe adoperandosi per riportare a Roma la sede del papato.

XII [maggio 1315]. In questa epistola, diretta al cosiddetto "amico fiorentino" (che l'appellativo di pater riservatogli dal poeta consente di identificare in un religioso), Dante ringrazia il destinatario per essersi prodigato in favore del suo rientro a Firenze. Riassunte brevemente le condizioni imposte ai fuoriusciti per la revoca del provvedimento d'esilio e per la reintegrazione nei loro diritti civili e politici (pagamento di una multa e oblazione di sé a San Giovanni durante una pubblica cerimonia), Dante rifiuta con sdegno la proposta dell'amico, giudicandola lesiva della sua dignità. Dopo aver dichiarato di essere disposto ad accettare qualsiasi altro accordo in grado di salvaguardare il suo onore e la sua fama, Dante conclude di esser comunque pronto a non fare più rientro in patria se non si troverà una soluzione che egli possa considerare onorevole.

XIII [1316 c.]. Indirizzata a Cangrande della Scala, signore di Verona, nonché vicario imperiale di Arrigo VII dal 1311, la lettera, firmata da "Dantes Alagherii florentinus natione non moribus", esordisce raccontando al destinatario come il poeta, colpito dalla fama dello Scaligero (che riteneva eccessiva) si fosse recato a Verona, dove, ricoperto dai favori di Cangrande, aveva potuto constatare che i meriti di quel signore erano di gran lunga superiori alla sua magnifica reputazione. Professatosi amico del suo benefattore (malgrado la disparità delle loro condizioni), Dante dichiara di voler donare a Cangrande, in cambio dei benefici ricevuti, la cantica della Commedia denominata Paradiso, che il poeta con la presente lettera intitola, offre e raccomanda allo Scaligero. Ciò premesso, Dante inizia a stendere un'introduzione all'opera che intende offrire a Cangrande. Stabilito che per introdurre degnamente il Paradiso occorre presentare il tutto di cui è parte, cioè la Commedia, si enunciano i sei aspetti che si devono indagare nei principi di un'opera dottrinale, vale a dire soggetto, autore, forma, fine, titolo e genere della sua dottrina; successivamente si indicano in tre di essi (soggetto, forma, titolo) gli elementi che variano per il Paradiso rispetto al resto dell'opera. Precisato poi che due sono i livelli di significato della Commedia, letterale e sovraletterale (quest'ultimo detto anche allegorico o morale o anagogico), Dante dà un saggio delle due chiavi di lettura nell'esegesi del salmo In exitu Israel de Egipto [Ps. 123]. Passando poi alla Commedia, si precisa che il soggetto dell'opera preso letteralmente è lo "status animarum post mortem simpliciter sumptus", preso allegoricamente è l'"homo prout merendo et demerendo per arbitrii libertatem iustitie premiandi et puniendi obnoxius est". Per quanto riguarda la forma, si distingue la forma del trattato dalla forma del trattare. La forma del trattato si esplica in una triplice divisione, essendo l'opera ripartita in tre cantiche, ogni cantica in canti, ogni canto in gruppi ritmici. Il modo di trattare è invece molteplice e, più esattamente, "poeticus, fictivus, descriptivus, digressivus, transumptivus, et cum hoc diffinitivus, divisivus, probativus, improbativus et exemplorum positivus". Ricondotto il titolo di Commedia a "comos" + "oda", vale a dire a "canto del villaggio" ("cantus rusticus"), si presenta la commedia come un genere di narrazione diverso dalla tragedia ("tragos" + "oda", cioè "cantus hircinus", "canto caprino") sia sotto l'aspetto della materia (in quanto "tragedia in principio est admirabilis et quieta, in fine seu exitu est fetida et horribilis", mentre la commedia "inchoat asperitatem alicuius rei, sed eius materia prospere terminatur"), sia sotto l'aspetto dell'espressione (dato che alla tragedia si conviene una elocuzione elevata e sublime, alla commedia dimessa e umile). Appropriato, dunque, è il titolo di Commedia dato a quest'opera, che "si ad materiam respiciamus, a principio horribilis et fetida est, quia Infernus, in fine prospera, desiderabilis et grata, quia Paradisus"; mentre per quanto attiene al "modus loquendi" esso è "remissus ... et humilis, quia locutio vulgaris in qua et muliercule comunicant". Scendendo poi a trattare del Paradiso, si precisa che il soggetto della cantica in senso letterale è lo stato delle anime beate dopo la morte, in senso allegorico è l'uomo che con il suo buon operato si rende meritevole dei premi celesti. La forma del trattato è duplice, essendo soltanto due i livelli di divisione, in canti e in gruppi ritmici. Passando poi a indagare il fine dell'opera, tralasciate le distinzioni possibili tra un fine prossimo e uno remoto, si dichiara che "finis totius et partis est remore viventes in hac vita de statu miserie et perducere ad statum felicitatis"; mentre per quanto riguarda il genere di dottrina ("genus phylosopie") secondo il quale si procede esso è indicato nella morale, essendo il fine dell'opera pratico e non speculativo. Iniziando l'esposizione letterale del testo si divide il Paradiso in prologo (I 1-36) e parte esecutiva (I 37 sgg.). Precisato, sulla scorta della Retorica aristotelica, che "prologo" e non "esordio" è il nome dell'incipit di un testo poetico (mentre "proemio" è quello di un testo in prosa e "preludio" quello di una musica), si individua all'interno dell'esordio poetico, accanto all'indicazione della materia dell'opera, l'invocazione "a substantibus superioribus" (ad Apollo in Par. I 13-36), dopodiché si afferma che nella prima parte del prologo i dettami della retorica ciceroniana (De inventione I xx 15) richiedono che si renda l'ascoltatore benevolo, attento e docile. Trattate alcune questioni relative al diverso grado di splendore della gloria di Dio nell'universo (I 1-3) e all'esperienza del "trasumanar" (I 70) e delle difficoltà memoriali a essa connesse (vv. 8-9), si ritorna all'invocazione che viene divisa in due parti: la prima dove si chiede invocando (vv. 13-21), la seconda dove si persuade Apollo ad accordare il suo aiuto al poeta in vista di una ricompensa (vv. 22-36). Dopo aver ulteriormente distinto nella prima parte dell'invocazione la richiesta d'aiuto (vv. 13-15) dalla spiegazione della necessità di tale aiuto (vv. 16-21), si rimanda ad altra occasione un'esposizione più dettagliata della seconda parte dell'invocazione. Infine, passando alla parte esecutiva del Paradiso, si dice semplicemente che il racconto procede saltando di cielo in cielo e illustrando la gloria delle anime beate a cui vengono poste molte domande.

 

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