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di Francesco De Gregori Edizioni Sony Music
Qualche anno fa,
Paolo Conte denunciava senza imbarazzo di essere sprofondato in una crisi creativa, dovuta in parte all'età, ma anche a quel senso di svuotamento che deve averlo colto dopo la pubblicazione di
"Razmataz", ambizioso progetto coltivato da una vita, venuto alla luce nel 2000. Per quanto si potesse considerare fisiologico, il decadimento artistico di Conte è stato poi smentito dall'uscita dello splendido
"Elegia", però non è un caso se l'autore astigiano ha rilasciato negli ultimi 13 anni solo due album di inediti. Rallentare il ritmo della produzione per mantenersi su alti standard compositivi è stata dunque una soluzione di compromesso, ma a posteriori si può dire che l'artista abbia visto giusto.Contrariamente al suo più anziano collega,
Francesco De Gregori non sembra invece avvertire il peso del tempo che passa e lo testimoniano i 5 album di studio realizzati dal 2000 ad oggi cui potremmo aggiungere anche due raccolte con pezzi inediti. Terminando l'ascolto di "Per brevità chiamato artista" (titolo che nasce dalla terminologia utilizzata nei contratti discografici) la prima considerazione da fare è che, come già era successo negli ultimi lavori, anche stavolta De Gregori abbia un po' giocato al risparmio. Se avete ritenuti validi "Pezzi" e "Calypsos", allora nella vostra discoteca personale può trovare spazio anche questo cd che aggiunge poco alla storia de "l'artista" ma ci consegna i soliti due/tre pezzi capaci di riscattare i momenti di stanca. Oltre alla title track, forse ispirata dal Cohen di "Bird on the wire" ("Come un uccello sul filo o un ubriaco per le scale") oppure da "The Window" sempre del cantautore canadese, impossibile non amare subito "Volavola", poetico pezzo folk che avrebbe ben figurato ne
"Il fischio del vapore", album di canzoni popolari realizzato nel 2002 con
Giovanna Marini. Seduce anche "L'imperfetto" anche se De Gregori sembra giocare con la lingua italiana (vengono appunto utilizzati molti verbi all'imperfetto) senza preoccuparsi troppo di chiarire dove vuole andare a parare, e aggiungiamoci pure "Celebrazione", una presa di distanza dal revival del '68 imbastita su un rassicurante incedere dylaniano.Se si fosse limitato a proporre queste 4 canzoni rispolverando la vecchia formula del Q disk già utilizzata ai tempi de "La donna cannone", avremmo parlato di un capolavoro dove il cantautore è riuscito a semplificare le sonorità per focalizzare l'essenzialità delle sue composizioni, alcune delle quali nate dietro le quinte dei teatri dove il cantante si è recentemente esibito. Non è così purtroppo, perché i pezzi che completano il disco scivolano via fin troppo disinvoltamente e denunciano con qualche imbarazzo la loro natura di brani riempitivi. Troppo poco considerando la statura autoriale di chi ce li propone.Serve quindi a poco sapere che "Finestre rotte" è un accattivante blues di cinque minuti (siamo ancora dalle parti di Dylan) e "L'angelo di Lyon" è una riuscita cover in italiano (con testo di Luigi Grechi, fratello di De Gregori) di "The angel of Lyon" scritta dagli americani Tom Russell e Steve Young.