Arte
I Della Robbia. Il dialogo tra le arti nel Rinascimento
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 Luca della Robbia, Madonna col Bambino che stringe un pomo (Madonna della mela), 1440/45 ca. Altorilievo rettangolare in terracotta invetriata, Firenze, Museo Nazionale del Bargello
Informazioni
Arezzo, Museo statale d'arte medievale e moderna
dal 21 febbraio al 7 giugno 2009
Orari: tutti i giorni 9.00  - 19.00
Biglietti: intero 10 euro, ridotto 7 euro
Informazioni e prenotazioni: §
call center 800 90 44 47
dall’estero ++39 049 2010067
Nato come orafo, sin da giovanissimo Luca Della Robbia (1399 ca. – 1482) si era fatto un nome nel campo della scultura monumentale e nel 1431 aveva ottenuto l’incarico di realizzare l’imponente Cantoria del duomo fiorentino di Santa Maria del Fiore, in aperta competizione con quella di Donatello che la fronteggiava sulla parete opposta. La danza che Luca intagliò nel marmo, elegante e ritmata, di un classicismo puro, lo incoronò artista sommo. Fioccarono le commissioni (tra cui, prestigiosissima, quella di completare le formelle di Andrea Pisano che decoravano il campanile di Giotto), i giganti dell’epoca (Ghiberti e Brunelleschi in primis) gli concessero la loro amicizia, e arrivarono le menzioni di stima, come quella di Leon Battista Alberti che, nel suo Trattato sulla pittura (1436), inserì il nome di Della Robbia - accanto a quelli di Donatello, Masaccio, Ghiberti e Brunelleschi - nel pantheon di contemporanei in grado di reggere il confronto con gli artisti dell’antichità. Non fu dunque “per infingardag[g]ine, né per  essere, come molti sono, fantastico, instabile e non contento dell'arte sua, ma perché si sentiva dalla natura tirato a cose nuove, e dal bisogno a uno essercizio secondo il gusto suo e di manco fatica e più guadagno”  ― affermava un ammiratissimo Vasari ― che Luca si mise a sperimentare con un materiale povero come la terra fino a trasformarla in un’opera d’arte luminosa ed eterna. Il biografo aretino riferiva che “considerando che la terra si lavorava agevolmente e con poca fatica, e che mancava solo trovare un modo mediante il quale l’opere che di quella si facevano si potessono lungo tempo conservare, (Luca) andò tanto ghiribizzando che trovò modo da diffenderle dall’ingiurie del tempo; perché, dopo avere molte cose esperimentato, trovò che il dar loro una coperta d’invetriato a dosso, fatto con stagno, terra ghetta, antimonio et altri minerali e misture, cotte al fuoco d’una fornace aposta, faceva benissimo questo effetto e faceva l’opere di terra quasi eterne. Del qual modo di fare, come quello che ne fu inventore, riportò lode grandissima e gliene averanno obligo tutti i secoli che verranno”. In realtà Luca aveva portato a perfezione la tecnica della terracotta invetriata, ma non l’aveva inventata. L’uso di rivestire stoviglie, vasi, piastrelle e manufatti ceramici con un risplendente strato protettivo di smalto stannifero, eventualmente colorato e solidificato attraverso una seconda cottura, era nato nell’antico Oriente. Il procedimento, ereditato dal mondo romano e bizantino, aveva trovato la sua massima espressione presso gli Arabi che, a loro volta, nel Medioevo, lo avevano riportato in auge nelle regioni europee di cultura moresca. Il genio di Luca fu nell’applicare quel procedimento all’arte plastica. La scultura in terracotta invetriata fu un’innovazione fondamentale che riusciva a fondere le virtù proprie della pittura e della scultura: come la prima donava l’illusione del colore, dell’altra possedeva la tridimensionalità e la solidità, la resistenza alle offese degli elementi e del tempo. Per di più, rispetto alla scultura in marmo o pietra, bronzo o legno, la scultura invetriata era meno costosa e di più veloce realizzazione: due caratteristiche che rendevano potenzialmente seriale la sua produzione. Se il successo delle robbiane fu enorme, questo non accade solo per ragioni economiche. Luca riuscì infatti ad elaborare un linguaggio espressivo colto e popolare insieme, capace di interpretare i modelli classici con vigore unito a grazia e che aveva la sua cifra stilistica nella fondamentale bicromia di bianco e di azzurro. Era l’invenzione di un lessico sfavillante che nel candore dell’invetriatura alludeva al valore teologico della luce e si poneva in piena sintonia con la coeva sperimentazione della “pittura di luce” di Beato Angelico e Domenico Veneziano. Per 150 anni – dal 1440 fin ben oltre la seconda metà del Cinquecento -  la bottega dei Della Robbia in via Guelfa a Firenze, specializzata in quella tecnica sorprendente, sfornò una quantità incalcolabile di “robbiane”, richiestissime in tutta l’Italia centrale, per uso domestico e devozionale, e, in misura sempre maggiore dai collezionisti e dalle corti italiane e ed europee più prestigiose. Se a Luca, il fondatore della bottega, spetta il vanto del “ghiribizzo” robbiano, al nipote Andrea (1435-1525 ) va il merito di aver ampliato con successo la produzione di invetriati avviata dallo zio, a Giovanni, (1469-1529/30) terzogenito di Andrea, va riconosciuto il merito di aver proseguito l’attività della bottega divulgando la produzione di famiglia con esiti proto industriali, per arrivare a Girolamo (1488 – 1566), il più giovane dei cinque figli di Andrea che, chiamato da Francesco I per decorare Fontainbleau, diede lustro internazionale alla dinastia.
L’epopea dei Della Robbia, senza uguali nella storia dell'arte, viene ora raccontata ad Arezzo in una grande rassegna allestita nelle sale del cittadino Museo d’arte moderna e medievale.
Seconda parte