La Canzone d'Autore Italiana
Ivano Fossati
Biografia di Ivano Fossati 
(Genova, 1951)
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Appassionatosi sin da giovanissimo al rock proveniente dagli Usa e dall’Inghilterra, esordisce come leader dei Delirium con il 45 giri “Canto di Osanna” (1971), incluso nell’album “Dolce acqua”. L’anno dopo, il gruppo giunge alla fama eseguendo a Sanremo “Jesahel”, pezzo evidentemente ispirato alla lezione dei coevi Jethro Tull e Traffic. Chiusa la parentesi coi Delirium (non senza aver lavorato con loro ad altri due 33 giri), Fossati principia l’avventura solista con “Il grande mare che avremmo traversato” (1973), cui seguono altri due microsolchi - uno in coppia con l’amico Oscar Prudente -  di scarso riscontro. E’ a questo punto che il nostro passa dalla Fonit Cetra alla RCA: il suo primo LP, “La casa del serpente” (1977), contiene brani che verrano ripresi da altri artisti (“Non può morire un’idea” e “Stasera sono qui” da Mina; “Matto” da Anna Oxa). Per i propri colleghi, a proposito, il nostro scrive non di rado: sue sono, ad esempio, “Pensiero stupendo” (Patty Pravo), “Un’emozione da poco” (Anna Oxa), “Dedicato” (Loredana Bertè). “La mia banda suona il rock” (1979), infine, gli regala gran popolarità: la title track, in particolare, diviene una sorta di tormentone dal quale egli avvertirà, nel tempo, la necessità di prendere le distanze. Gli anni ‘80 segnan l’affermazione definitiva dell’artista, grazie a dischi quali “Panama e dintorni” (1981), “Le città di frontiera” (1983) e “Ventilazione” (1984): su quest’ultimo, in particolare, trovano posto gioielli, da “Il pilota” a “Viaggiatori d’occidente”, da “Parlare con gli occhi” ad un’intensa versione di “Boogie” di Paolo Conte. Mentre c’è chi porta al successo altre sue belle composizioni (Loredana Bertè “Non sono una signora”, Mia Martini “E non finisce mica il cielo”), il cantautore genovese - influenzato dall’ascolto di “Creuza de mä” (1986) di Fabrizio De André - prende ad interessarsi di musica etnica. Il risultato lo si vede dapprima in “700 giorni” (1986), dipoi ne “La pianta del tè” (1988), pietre angolari del suo cammino professionale. L’impegno per altri diminuisce, fatta eccezione per il sodalizio con Fiorella Mannoia (alla quale affida “Le notti di maggio”, “I treni a vapore”, “L’amore con l’amore si paga” oltre a “Oh che sarà”, valido adattamento da Chico Buarque De Hollanda): nel 1990 - ispirato da un suo lungo viaggio nel Portogallo - nasce “Discanto”, che contiene diversi suoi capolavori (“Confessione di Alonso Chisciano”, “Italiani d’Argentina”, “Discanto”, “Unica rosa”, “Lunario di settembre”). E’ il turno, poi, di “Lindbergh - Lettere da sopra la pioggia” (1992), ove compare “La canzone popolare”, adottata dalla politica come inno per le più svariate occasioni. A fare il punto su tale travolgente cavalcata, infine, ecco nel ‘93 i live “Buontempo” e “Carte da decifrare” (seguirà nel 2004 una terza parte, “Tour acustico”, invero non altrettanto riuscita): il repertorio, lucidato per l’occasione, è riproposto in novelle vesti, con chicche quali “La pioggia di marzo” di Jobim o le antiche “J’adore Venise” e “La costruzione di un amore”, già cavallo di battaglia di Mia Martini. Dopo diversi progetti (la colonna sonora de “Il toro” di Mazzacurati, la collaborazione ad “Anime salve” di Fabrizio De André), esce “Macramè” (1996), in cui spiccano le splendide “L’angelo e la pazienza”, “La vita segreta”, “L’orologio americano”. Il disco gli fa ottenere per la quarta volta la Targa Tenco; a seguire, Fossati si prende una pausa di riflessione che dura 2 anni (esce solo la sua prima antologia, “Canzoni a raccolta”). Nel 2000, finalmente, ritorna all’attività con “La disciplina della terra”: lento, meditato, al pari del precedente per nulla facile, sciorina perle del calibro della title track, “La mia giovinezza”, “Invisibile” oltre a - nell’anno del giubileo - “Iubilaeum Bolero”, indignata e furiosa tirata contro la mercificazione dei valori. Il 2001 vede il coronamento di un sogno: “Not One Word” è un cd solamente strumentale dove egli può dare sfogo ai propri interessi da musicista, tra jazz e sperimentazione. Mentre Adriano Celentano e Mina incidono delle cose sue (il primo l’inedita “Io sono un uomo libero”, la seconda “Notturno delle tre”), Fossati licenzia quel “Lampo viaggiatore” (2003) che lo vede in forma davvero smagliante (ad indicarlo, basterebbe la meravigliosa “C’è tempo”); suona conferma, tre anni dopo, “L’Arcangelo”, introdotto da un “Cara democrazia” che testimonia, se ce ne fosse bisogno, del suo impegno civile (ricordiamo la bella versione de “Il disertore” di Boris Vian). Pur aggiungendo poco, “Musica moderna” (2008) ne certifica la classe incomparabile.
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