La Canzone d'Autore Italiana
Giorgio Gaber
Biografia di Giorgio Gaber (nome d'arte di Giorgio Gaberscik)
(Milano, 1939 - Montemagno di Camaiore (LU), 2003)
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Di origini triestine, nato da una famiglia medio-borghese, Giorgio Gaberscik è nell'ambiente musicale sin dalla fine dei '50: i primi passi li muove nel rock'n'roll con "Ciao, ti dirò", poi comincia un percorso più personale, nella duplice direzione di canzoni delicate ed eleganti ("Non arrossire", "Geneviéve") o diversamente ritratti ironici di tipi e luoghi della milanesità ("La ballata del Cerutti", "Porta Romana", "Trani a gogò"). In questa fase iniziale della sua carriera, fondamentale risulta l'apporto del paroliere Umberto Simonetta, scrittore e umorista di poco noto talento. La sensazione che Gaber sia un personaggio destinato a non imbrancarsi nella folla di meteore dell'epoca promana già da brani di non comune spessore, da "Le strade della notte" a "Le nostre serate" (verso di essa, Montale sarà prodigo d'elogi in un lungo articolo sul "Corriere letterario"). E' del 1965 il suo matrimonio con la cantante Ombretta Colli; frattanto, egli procede spedito sulla strada del successo, con pezzi che si chiamano "Goganga", "Torpedo Blu" (composta assieme a Leo Chiosso), "Barbera e champagne". Autore del testo di quest'ultima è Sandro Luporini, pittore toscano che dipoi avrà per lui un ruolo fondamentale. Intanto, canzoni quali "Com'è bella la città" e "Suona chitarra" sono i segnali d'un artista altro, orientato ad un discorso poetico e musicale di marcato impegno e profondità. Così, proprio nel suo periodo di maggior lustro commerciale (trionfali gli esiti di una tournée con Mina, nel '69), Gaber dedice di accettare una proposta del Piccolo di Milano mettendo su uno spettacolo, "Il signor G", che mescola con abilità canzoni e recitato: è l'atto di nascita della fortunatissima formula del teatro-canzone. Nel '71 esce l'album "I borghesi", manifestamente segnato dall'influenza di Jacques Brel; nel '72 s'inaugura il sodalizio Gaber-Luporini che durerà per un trentennio, con risultati impareggiabili per originalità. Gli spettacoli "Dialogo tra un impegnato e un non so" (1972), "Far finta di essere sani" (1974), "Anche per oggi non si vola" (1975), "Libertà obbligatoria" (1976) e "Polli d'allevamento" (1978) propongono una riflessione sui rapporti fra individuo e società che si concretizza in una serie di pezzi memorabili, da "Lo shampoo" a "E' sabato", da "La libertà" a "Quando è moda è moda". Corrosivo, pungente, sarcastico, Gaber usa l'ironia come un'arma che colpisce senza pietà od esclusioni, giungendo sino all'invettiva di "Io se fossi Dio" (1980): negli anni '80, la riflessione - da "Anni affollati" (1981) a "Il grigio" (1989) - si fa vieppiù immalinconita, laddove il decennio seguente propone nuovi lampi, da "E pensare che c'era il pensiero" (1995) a "Un'idiozia conquistata a fatica" (1999). Poi, i giorni difficili della malattia, un album che titola "La mia generazione ha perso" (2001) e il commiato postumo di "Io non mi sento italiano" (2003), con vendite sorprendenti per un personaggio così fuori dagli schemi.
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