Informazioni
CAST TECNICO - ARTISTICO
Regia: Daniele Gaglianone
Sceneggiatura: Giaime Alonge, Daniele Gaglianone, Alessandro Scippa
Fotografia: Gherardo Rossi
Montaggio: Enrico Giovannone
Scenografia: Marta Maffucci
Costumi: Lina Fucà, Francesca Tessari
Musiche: Evandro Fornaisier, Walter Magri, Massimo Miride
Durata: 109 m
Italia, 2011
PERSONAGGI E INTERPRETI
Dr. Boldrini: Filippo Timi
Sandro adulto: Stefano Accorsi
Carmine adulto: Valerio Mastandrea
Cinzia adulta: Valeria Solarino
Carmine bambino: Giampaolo Stella
Sandro bambino: Giuseppe Furlò
Cinzia bambina: Giulia Coccellato
Andrea: Leonardo Del Fiacco
Rosalia: Alessia Di Domenica
Betta:Betta: Annamaria Esposito
Margherita: Giulia Geraci
Cinema
Nel quartiere periferico - abitato da immigrati meridionali e del nord est - d’una città dell’Italia settentrionale verso la fine degli anni ‘70, la banda di ragazzini guidata dal siciliano Carmine trascorre le giornate fra giochi e scontri con altre bande. Il loro regno è il castello, due vecchi silos arrugginiti, zeppi di rottami e di ferraglia. Nel corso di una calda estate, giunge un nuovo medico: l’elegante, aristocratico dottor Boldrini. La gente del luogo, di ceto sociale assai più modesto, è intimidita da quel signore così diverso. Solo Carmine ed i suoi amici, da Sandro a Cinzia, si rendono subito conto che l’uomo cela un’insidia: e quando quest’ultimo rapisce Rosalia, la sorellina di Carmine, per “mangiarsela”, il confronto con il Male diverrà inevitabile...
Cresce bene, il Gaglianone regista. Classe 1966, anconetano di nascita e torinese di adozione, aveva già dimostrato con “I nostri anni” (2000), riflessione sulla memoria condotta tramite il tema della Resistenza, una insolita personalità; ribadita in “Nemmeno il destino” (2005), descrizione di un’adolescenza difficile, sottovalutata dalla critica. Lo scorso anno, poi, “Pietro” - ritratto angosciante e durissimo della degenerazione della società italiana - lo affermava come uno dei migliori cineasti della sua generazione. Oggi “Ruggine” ne ribadisce la statura: adattando il noir omonimo di Stefano Massaron, Gaglianone ne depura il plot da scorie di genere, rarefacendo atmosfere e clima con notevole sapienza. C’è forse qualche forzatura nel ritratto dei piccini da adulti, forse delle sottolineature di troppo (ma il trio di attori, capitanato da uno strepitoso Mastandrea, è bravo a tenere sempre la giusta tonalità): convince, tuttavia, lo sforzo di far convivere il sociale e il privato; il tutto, attraverso lo sguardo innocente, quanto indomito, dell’infanzia. Nell’elogio dell’amicizia tra ragazzini come esperienza unica e irripetibile della vita, ci si riallaccia alla lezione di Stephen King (da “The Body” ad “It”) e di un intero ramo della letteratura statunitense, generato dallo Huckleberry Finn di Mark Twain. Un eccellente risultato, in definitiva, che si giova pure di un’impressionante interpretazione di Filippo Timi: nell’ingrato ruolo di Boldrini, il nostro non indietreggia di fronte alla sgradevolezza e dà vita mirabilmente al proprio personaggio.
Francesco Troiano
Cresce bene, il Gaglianone regista. Classe 1966, anconetano di nascita e torinese di adozione, aveva già dimostrato con “I nostri anni” (2000), riflessione sulla memoria condotta tramite il tema della Resistenza, una insolita personalità; ribadita in “Nemmeno il destino” (2005), descrizione di un’adolescenza difficile, sottovalutata dalla critica. Lo scorso anno, poi, “Pietro” - ritratto angosciante e durissimo della degenerazione della società italiana - lo affermava come uno dei migliori cineasti della sua generazione. Oggi “Ruggine” ne ribadisce la statura: adattando il noir omonimo di Stefano Massaron, Gaglianone ne depura il plot da scorie di genere, rarefacendo atmosfere e clima con notevole sapienza. C’è forse qualche forzatura nel ritratto dei piccini da adulti, forse delle sottolineature di troppo (ma il trio di attori, capitanato da uno strepitoso Mastandrea, è bravo a tenere sempre la giusta tonalità): convince, tuttavia, lo sforzo di far convivere il sociale e il privato; il tutto, attraverso lo sguardo innocente, quanto indomito, dell’infanzia. Nell’elogio dell’amicizia tra ragazzini come esperienza unica e irripetibile della vita, ci si riallaccia alla lezione di Stephen King (da “The Body” ad “It”) e di un intero ramo della letteratura statunitense, generato dallo Huckleberry Finn di Mark Twain. Un eccellente risultato, in definitiva, che si giova pure di un’impressionante interpretazione di Filippo Timi: nell’ingrato ruolo di Boldrini, il nostro non indietreggia di fronte alla sgradevolezza e dà vita mirabilmente al proprio personaggio.
Francesco Troiano
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