Arte
Artemisia Gentileschi. Storia di una passione
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Artemisia Gentileschi Giuditta decapita Oloferne 1612 circa Olio su tela, cm 159 x 126 Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte
Informazioni
Milano, Palazzo Reale
dal 22 settembre 2011 al 29 gennaio 2012
Orari: lunedì 14.30-19.30; martedì-domenica 9.30-19.30; giovedì e sabato 9.30-22.30
Biglietti: intero euro 9,00; ridotto euro 7,50
Nel 1649, a Napoli, Artemisia Gentileschi era a capo di una rinomata bottega formata da giovani di eccezionale talento, aveva proseliti che dipingevano all’artemisiana e poteva vantare ammiratori/committenti tra “tutti li maggiori Potentati d' Europa”. Malgrado ciò, non era raro che la cinquantaseienne “pittora” si trovasse a discutere il prezzo dei suoi quadri che riteneva decurtato in ragione del suo sesso. La certezza che il suo valore meritasse un trattamento speciale è evidente nel carteggio intercorso con don Antonio Ruffo, suo mentore e committente napoletano, tra il gennaio del 1649 e il gennaio del 1651. “Il nome di donna fa star in dubbio, finché non si è vista l’opera”, scriveva a proposito della sua “Galatea”, cercando di spuntare una cifra più alta. Sin da giovanissima l’eccellente pittrice aveva lottato per affermare quel suo naturale talento artistico e non poche erano state le tribolazioni patite e le peripezie vissute. Figlia d’arte, come la maggior parte delle pittrici antiche, Artemisia aveva iniziato nella bottega del padre Orazio, artista tra i più quotati del suo tempo che l’aveva introdotta non solo al disegno anatomico e all' uso del colore, ma anche al realismo drammatico di Caravaggio.
Cresciuta nella stupefacente pompa della Roma di Paolo V, la pittrice adolescente, probabilmente presentata come un ragazzo, si era fatta le ossa seguendo il maestro/genitore nelle sontuose anticamere cardinalizie e sui ponteggi dei più prestigiosi cantieri. Nel 1611 a diciotto anni aveva un rodaggio almeno triennale nel mestiere di pittore. Ma in quello stesso anno la vita di Artemisia veniva sconvolta. Violentata da Agostino Tassi, amico e collega del padre, la giovane artista diventava protagonista di un pubblico processo che fu tra le più seguite causes célèbres dell' epoca. Oltre alla reputazione di donna licenziosa che l’avrebbe accompagnata per il resto della vita, il fattaccio procurava ad Artemisia un indesiderato marito nella persona del maturo fiorentino Pierantonio Stiattesi, insieme al quale, agli inizi del 1613, si trasferiva a Firenze. A contatto con l’effervescente vita artistica e intellettuale della corte granducale e circondata dalle attenzioni e dalle commissioni di illustri intellettuali, come Michelangelo Buonarroti il Giovane e Galileo Galilei, e dall’amicizia dell’affermatissimo collega Cristofano Allori, la giovane artista iniziava a plasmare un proprio linguaggio pittorico indipendente e singolarmente camaleontico, capace di accogliere e rielaborare secondo le proprie inclinazioni le esperienze artistiche dei grandi pittori dell’epoca. Se é vero infatti che i caratteri fondamentali della originalissima e drammatica espressività della sua pittura si fissano molto presto, è anche vero che sia pure senza sostanziali soluzioni di continuità stilistica, il suo linguaggio si evolve per decenni in presa diretta con lo spirito del tempo, ad iniziare da Caravaggio e dal padre Orazio, e poi Rubens, Van Dyck, Cigoli, Allori, fino a Vouet, Stanzione e Cavallino nella sua produzione matura.
Agli inizi del 1616, “Artemisia pitturessa” era tra gli artisti salariati di Cosimo II e nello stesso anno, con il sostegno dell’Allori, riusciva, unica donna, ad ammessa nell’Accademia del Disegno fiorentina. L’incontro con il gentiluomo Francesco Maria Maringhi, suo coetaneo, segnava una nuova svolta nella vita e nell’arte di Artemisia. Infiammata dalla passione corrisposta per Maringhi (che sarebbe durata tutta la vita, superando vincoli sociali e convenienze), la pittura di Artemisia si arricchiva di una sensualità esplosiva, traducendosi in un lessico nuovo e prezioso, narrativo e teatrale che le avrebbe donato fama europea. Gravata dai debiti e spossata da quattro gravidanze, oppressa da un contratto mal pagato con il granduca malato e insofferente dei pettegolezzi che la circondavano, nel1620 Artemisia e il marito lasciavano improvvisamente Firenze e si rifugiavano a Roma. Il ritorno nella Città Eterna segnava la seconda tappa della sua eccezionale fortuna internazionale. La lunga esperienza fiorentina e il suo “amore benedeto” l’avevano preparata a dare il meglio di sé nella pittura e nel giro di un anno Artemisia, anche grazie all’amico e protettore Cassiano del Pozzo, conquistava il florido mercato artistico dell’Urbe. E mentre la sua tavolozza diventava sempre più sontuosa, accendendosi d'oro luminoso e arricchendosi di opulente lacche rosse e preziosi azzurri lapislazzuli, le impavide eroine bibliche lasciavano il posto alle più celebri amanti della storia che furono le migliori ambasciatrici della sua fama europea. Celebrata ovunque, Artemisia viaggiò molto per soddisfare la sua blasonata committenza, da Venezia (affermandosi come pittrice di fiori e nature morte), a Genova, di nuovo a Roma e poi a Napoli, a Londra (nel 1638, su invito del padre che dal 1626 lavorava presso la corte di Carlo I) e infine ancora Napoli.
Fama e successo furono però effimeri. Sempre incalzata dai debiti, nei suoi ultimi giorni conobbe anche la povertà e fu costretta a svendere le sue opere. Dopo la morte dovuta probabilmente alla peste del 1656, Artemisia venne presto dimenticata come pittrice, sopravvivendo solo come figura leggendaria. Si deve a Roberto Longhi la riscoperta della statura artistica di Artemisia definita nel suo pionieristico articolo del 1916 “Gentileschi, padre e figlia” come “L'unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura e colore, e impasto, e simili essenzialità”. A celebrare la grandezza di Artemisia restituendole il ruolo di protagonista nella pittura del Seicento è oggi la rassegna di Palazzo Reale a Milano che, nello spettacolare allestimento creato da Emma Dante, presenta una sessantina di opere, tra capolavori celeberrimi, nuove attribuzioni e dipinti mai esposti, prestate dai maggiori musei, dagli Uffizi a Capodimonte, dal Prado di Madrid al Metropolitan di New York.
Il percorso prende le mosse dall’ambiente familiare in cui Artemisia si formò come artista (in mostra opere del padre Orazio e dello zio Aurelio Lomi) per proseguire con la sua giovanile produzione romana, tra cui l’inedita “Vergine che allatta il Bambino” e le tele dell’esordio fiorentino alla corte di Cristina e altre opere di committenza granducale come le due versioni della “Giuditta che decapita Oloferne” , magistrale traslazione dell’opera di Caravaggio nella tradizione fiorentina della pittura di luce, e l’ “Allegoria dell’Inclinazione” per Casa Buonarroti. Una galleria delle sue sensuali Lucrezie, Cleopatre, Danae e delle indomite protagoniste delle storie antiche da Giaele a Betsabea, fino alle tenere Maddalene, tutte eroine nelle quali Artemisia si identificava e che furoreggiavano presso i collezionisti, dialoga con i ritratti dei suoi ammiratori come quello di Simon Vouet che immortala la pittrice con tavolozza e pennelli e ne testimonia l’affettiva avvenenza. Ed ancora una carrellata di ritratti e autoritratti della pittrice, assieme ad effigi di nobili e committenti confermano il suo talento di ritrattista. Si approda infine alla produzione napoletana in cui spiccano le due grandi tele destinate agli altari della Cattedrale di Pozzuoli, restaurate in occasione della mostra, e la “Samaritana al pozzo” mai esposta prima
Se la sequenza dei dipinti è impressionante, di grande richiamo è anche la selezione delle appassionate e inedite lettere d’amore autografe indirizzate a Francesco Maringhi, rinvenute negli archivi fiorentini della famiglia Frescobaldi dalle quali emerge la personalità forte e talvolta dura, ma sempre leale e appassionata, l’intelligenza brillante e la grande ambizione di questa eroina del Barocco.