Harvard Diary
La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano
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Paolo Giodano: La solitudine dei numeri primi
Informazioni
di Paolo Giordano
Mondadori
pp. 309
euro 18,00
La solitudine dei numeri primi, romanzo d'esordio del venticinquenne Paolo Giordano e vincitore del Premio Strega, è certamente ben costruito e ben scritto ma abbastanza superficiale nella sua analisi di un disagio giovanile più letterario (o meglio: mediatico) che reale, con personaggi stereotipati e artificiali, da serial televisivo, facile da leggere ma altrettanto facile da dimenticare. Come mai allora è diventato un bestseller e un caso letterario, unanimemente lodato dalla critica, spesso in modo entusiastico, e apprezzato dal pubblico? La mia spiegazione è che soddisfi pienamente il bisogno di inazione e il sottile piacere dell'immaturità con cui l'Italia di oggi, o parte di essa, compensa le proprie frustrazioni e giustifica la propria incapacità di rinnovare e rinnovarsi, di crescere, di assumersi delle responsabilità. Ciò che caratterizza i personaggi di questo libro è la passività. Le vite parallele dei due protagonisti sono condizionate e bloccate da due traumi infantili: l'incidente sugli sci che ha reso Alice zoppa, frustrata e anoressica, e il senso di colpa di Mattia per aver lasciato da sola la gemella minorata in un parco, che ne ha fatto un introverso e un masochista. Ma anche i personaggi minori, ai quali presumibilmente non è accaduto nulla di così grave, resistono ai cambiamenti; anch'essi si rifiutano di guardare e accettare le cose per quello che sono, prigionieri del proprio egocentrismo e delle proprie abitudini. Emblematici i genitori di entrambi i ragazzi, quasi delle macchiette nella loro cronica inabilità a comunicare, a manifestare i loro sentimenti, nel loro sforzo ("borghese" lo si sarebbe etichettato qualche decennio fa) di apparire piuttosto che di essere, nella loro rigidità. Oppure Fabio, il giovane medico, poi marito di Alice, che quando finalmente si accorge della malattia della moglie fa un unico tentativo di convincerla a mangiare di più, uno solo, passando dalle spiegazioni scientifiche al ricatto degli affetti e agli insulti, per poi rapidamente trovare pace nell'autocommiserazione e infine nell'abbandono. Persino Nadia, il personaggio più positivo, che porta a Mattia il sorriso e forse lo aprirà a una nuova vita e gli darà quello che Alice, troppo simile a lui, non avrebbe potuto dargli, persino Nadia fa della passività la sua filosofia e la sua strategia: "Io non inseguo nessuno. Non ne ho più voglia ormai". Ce ne sono parecchie di massime di questo tipo, frasi a effetto che soddisfano le esigenze di profondità di un pubblico disimpegnato e distratto senza spaventarlo con un'effettiva complessità: "Ci si era attaccata con l'ostinazione con cui ci si attacca soltanto alle cose che fanno male"; "Alla fine succede, in qualche modo che prima non sapevi". Niente di male: se è ciò che la gente vuole, è giusto che le sia dato; e Giordano è un autore dotato oltre che scaltro. Va tuttavia chiarito che questo suo primo romanzo non è un'analisi, e tanto meno un'apologia, della diversità, come il titolo e il riassunto della trama potrebbero far credere. Non necessariamente l'anormalità è diversità, non quando si nutre di senso di superiorità, reale o immaginaria che sia; e chi disprezza il conformismo della maggioranza non è migliore di chi disprezza l'eccentricità di una minoranza. A ben guardare il problema dei numeri primi non è la loro solitudine ma il loro solipsismo: sono numeri che si bastano, che non hanno bisogno di altri numeri; "divisibili soltanto per 1 e per se stessi" è la loro definizione, che a me pare una perfetta metafora della chiusura e della stasi. Avrebbe potuto essere la premessa per un grande romanzo di denuncia dell'autoreferenzialità e dell'egoismo delle generazioni che si compiacciono di sentirsi perdute, come ottant'anni fa un altro libro di esordio di un giovane, Gli indifferenti di Moravia. Invece Giordano indirizza la denuncia solo verso l'obiettivo più facile: non il superuomo Mattia, capace di "tenersi il più possibile al di fuori dell'ingranaggio della vita", bensì il suo inetto antagonista, Fabio, irrimediabilmente bollato dalla sua ordinarietà: "Non chiedeva molto; solo la normalità che si era sempre meritato". Matematico il primo, medico il secondo, di entrambi ci viene mostrata la razionalità (maschile), in contrasto con la sensibilità artistica (femminile) di Alice, aspirante fotografa. Un altro cliché. Al successo di Giordano ha contribuito il fatto che sia un dottorando in fisica, non un letterato di vocazione o professione: ma la scienza che compare in questo libro è rassicurantemente umanistica, una dimensione psicologica piuttosto che un sapere autonomo, una filosofia piuttosto che una pratica o un'esperienza. È significativo che alla fine anche Mattia approdi a una vita fatta di consuetudini: "Lo aspettavano una doccia, una tazza di tè caldo e una giornata come tante e a lui non serviva nient'altro". Ma la sua è la banalità di un numero primo, convinto che l'anomalia sia una condizione perenne e immobile, che una volta stabilita non richieda conferme o verifiche. Temo che sia per questo, oltre che per la sua fluidità, che il romanzo è piaciuto: perché blandisce il nostro desiderio, infantile e adolescenziale, di eccezionalità senza costringerci ai passi successivi, conseguenti ma più faticosi: la tolleranza per le eccezionalità altrui, la cognizione della realtà, spesso scomoda o imprevista, e soprattutto le continue trasformazioni che una vera originalità comporterebbe.

Giudizio: Giudizio: Tre stelle

Riferimenti:
- Alberto Moravia, Gli Indifferenti, Bompiani, pp. 316, euro 9,00
- Francesco M. Cataluccio, Immaturità. La malattia del nostro tempo, Einaudi, pp. X-215, euro 19,00
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