Grandi Narratori del '900
Alberto Moravia - La noia
Pubblicato nel 1960, Premio Viareggio nel 1961, “La noia” è il pannello di mezzo di un trittico ideale, che ha inizio con “Gli Indifferenti” e si chiude con “La vita interiore”. Romanzo dalla prosa incisiva, è un ritratto spietato dell’alienazione sociale e di quel vuoto morale tratteggiato dall’autore nel primo romanzo, che qui è portato alle estreme conseguenze.
Storia di un disagio esistenziale, di una serie di fallimenti e delusioni, il romanzo narra l’esperienza di Dino, che, nei panni d’artista, di uomo e di amante, si scontra con l’impossibilità della realtà: “Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza. Per me, invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà”. Così il protagonista definisce la “noia” che lo affligge sin da quando era bambino, causandogli difficoltà negli studi e che ora, in età adulta, diventato pittore, gli impedisce di dipingere. Imputando l’origine della noia alla sua ricchezza e alle cure materne, Dino abbandona la casa sulla via Appia per trasferirsi in uno studio in via Margutta: qui avvengono gli incontri amorosi con Cecilia, ex amante di Balestrieri, un pittore più anziano che è per il giovane modello ed alter ego. Pure la relazione con la donna amata, che si riduce al solo sesso, è vissuta dal protagonista come un sentimento morto, vuoto, finché la ragazza non trova un altro uomo. A quel punto, Dino impazzisce di gelosia e comincia a pedinarla, meschino e disperato al punto da arrivare al tentativo di ucciderla per renderla, con la morte, definitivamente sua. Ma, come Michele ne “Gli Indifferenti”, sarà sopraffatto dalla propria incapacità e solo alla fine, dopo un tentativo fallito di suicidio, all’ospedale, capirà di poter amare Cecilia.
Storia di un disagio esistenziale, di una serie di fallimenti e delusioni, il romanzo narra l’esperienza di Dino, che, nei panni d’artista, di uomo e di amante, si scontra con l’impossibilità della realtà: “Per molti la noia è il contrario del divertimento; e divertimento è distrazione, dimenticanza. Per me, invece, la noia non è il contrario del divertimento; potrei dire, anzi, addirittura, che per certi aspetti essa rassomiglia al divertimento in quanto, appunto, provoca distrazione e dimenticanza, sia pure di un genere molto particolare. La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà”. Così il protagonista definisce la “noia” che lo affligge sin da quando era bambino, causandogli difficoltà negli studi e che ora, in età adulta, diventato pittore, gli impedisce di dipingere. Imputando l’origine della noia alla sua ricchezza e alle cure materne, Dino abbandona la casa sulla via Appia per trasferirsi in uno studio in via Margutta: qui avvengono gli incontri amorosi con Cecilia, ex amante di Balestrieri, un pittore più anziano che è per il giovane modello ed alter ego. Pure la relazione con la donna amata, che si riduce al solo sesso, è vissuta dal protagonista come un sentimento morto, vuoto, finché la ragazza non trova un altro uomo. A quel punto, Dino impazzisce di gelosia e comincia a pedinarla, meschino e disperato al punto da arrivare al tentativo di ucciderla per renderla, con la morte, definitivamente sua. Ma, come Michele ne “Gli Indifferenti”, sarà sopraffatto dalla propria incapacità e solo alla fine, dopo un tentativo fallito di suicidio, all’ospedale, capirà di poter amare Cecilia.
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