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di Melania Mazzuccoeditore Rizzoli,pagg. 406,euro 18
L'etimologia del titolo, innanzi tutto: "perfetto" potrebbe andare inteso nel senso brechtiano del termine, ad irridere qualcosa che nulla ha della perfezione. O, invece, ambire a possedere degli accenti ironici: come avveniva in quel film statunitense, "Un giorno di ordinaria follia", dove un borghese tranquillo, bloccato con l’auto in un ingorgo, esplodeva infine in una furia devastatrice. E' quest'ultima, forse, la linea guida: percorso da presagi allarmanti sin dall'incipit, nel quale le forze dell’ordine s’accingono a irrompere in un'abitazione del quartiere romano dell’Esquilino già teatro di spari e grida, "Un giorno perfetto"- quinto romanzo di Melania G.Mazzucco, vincitrice nel 2003 del Premio Strega con "Vita" - è un ritratto sapiente, traversato da folate umoristiche, dell’assurdità dell’esistenza metropolitana, nell’ultima parte tirato come un cavo ad alta tensione. Tra i molti - troppi? - personaggi in scena, spiccano un onorevole opportunista e cialtrone, che sente il proprio potere vacillare, e la sua guardia del corpo, incrollabile nell’intento di recuperare figli e consorte prima che una sentenza di divorzio li allontani da lui. Attorno a loro due, figure e figurette sovente schizzate, immaginate un po', col criterio del nomen omen: se la moglie del guardaspalle è afflitta da tendenze bovaristiche, non potrà che chiamarsi Emma (anche se, nel libro, a venir sfogliate ad un certo punto son invece le pagine di "Anna Karenina": fatale penchant per il conte Vronskij...), laddove quella dell’onorevole - capace di intepretare i sogni e dalla spiritualità new age - non avrà altro nome che Maja, ed il figlio anarcoide e ribelle del parlamentare dovrà per forza patire il nomignolo di "Zero"...Insomma, un tributo neppur piccolo alla banalità la Mazzucco lo paga: e se è brava, ad esempio, nel disegnar la topografia di una città, Roma, che è la sua e profondamente conosce, a volte pure qui si perde: un brano come «Il traffico ingorgava le vene di Roma come una trombosi. Le strade erano simili a fiumi nei quali tutto si fosse arenato. Dentro le macchine, sballottate da sussulti improvvisi, migliaia di persone erano in movimento senza andare però da nessuna parte» è ridondante, eccessivo; si pensi, per contrasto, alla mirabile icasticità della sequenza del raccordo anulare in "Roma" di Fellini.Quel che, invece, nella narrazione convince appieno è la capacità d’osservazione di abitudini, comportamenti, manie e tic di ognuno. La saggezza inascoltata, la tenerezza sprecata degli adolescenti. La ferocia dei riti collettivi, fra conversazioni vuote di appartenenti alle classi alte e disperazione portata a spalla dai pendolari chiusi negli autobus. Lo stridio fra i segni d’un benessere in apparenza diffuso e lo squallore imperante nei servizi pubblici. Qui il talento della Mazzucco ha modo di rifulgere, dando vita all’immagine d’un paese ripiegato su se stesso, vanesio ed autoindulgente: in cui la deflagrazione di un singolo non muta il quadro, all’insegna della disperazione quieta che abita la canzone di Lou Reed posta in esergo.Francesco Troiano