Informazioni
CAST TECNICO - ARTISTICO
Regia: Ermanno Olmi
Sceneggiatura: Ermanno Olmi
Fotografia: Fabio Olmi
Montaggio: Paolo Cottignola
Scenografia: Giuseppe Pirrotta
Costumi: Maurizio Millenotti
Musiche: Sofia Gubaidulina
Durata: 87 m
Italia, 2011
PERSONAGGI E INTERPRETI
Il vecchio prete: Michael Lonsdale
Il sacrestano: Rutger Hauer
Il graduato: Alessandro Haber
Il medico: Massimo De Francovich
Cinema
Un vecchio prete deve affrontare il trauma della dismissione della sua chiesa, quella nella quale per tanti anni ha svolto la funzione di parroco, e che ora non serve più. Operai portan via dai muri i dipinti dei santi e avvolgono le icone sacre preziose, mentre un braccio meccanico stacca il crocefisso a grandezza naturale posto sopra l’altare. Infine, dinnanzi agli occhi attoniti del religioso, restano solo delle panche in un locale vuoto. Da tempo tormentato da interrogativi sulla propria funzione, egli si trova di fronte ad una realtà inedita allorquando nell’ex-chiesa si rifugiano dei clandestini, braccati dalla polizia. Accortosi che il bene possiede più valore della fede, l’anziano sacerdote si erge contro quelli che, celandosi dietro lo schermo delle leggi, infieriscono sui più deboli: e se il tradimento del sacrestano, lesto nell’adattarsi al nuovo, fa precipitare le cose, non intacca tuttavia la sua recuperata fiducia.
Aveva affermato, Olmi, che dopo “Centochiodi” (2007) avrebbe abbandonato il cinema di finzione per dedicarsi integralmente a girare dei documentari. Spinto, forse, da quanto di doloroso vede succedergli attorno, il cineasta bergamasco ci ripensa: e firma, con “Il villaggio di cartone”, un apologo che riecheggia, nella forma, “Prova d’orchestra” di Fellini. Con ogni probabilità il nostro si rispecchia nel protagonista: nei suoi dubbi dilatati dalla stanchezza fisica, nella pena che gli suscita il modo in cui le cose cambiano e alla fine in quell’afflato d’umanità, quel vigore rinnovato nella difesa di quanti non possono difendersi. Se i dialoghi del film - con i quali le “considerazioni di Claudio Magris e Gianfranco Ravasi” temiamo mal si integrino - a volte suonano un poco declamatori e poetizzanti, le immagini sono belle, potenti. Basti citare lo straordinario incipit, dove i simboli tante volte abusati della cristianità ritrovano tutta la loro forza, davanti ad una negazione che suona sacrilega pure agli occhi d’un laico; per tacere di quella sorta di presepe di colore, che sprigiona una pregnanza rara. No, davvero non si può parlare di senilità per Olmi, oppure accusarlo di essere “a un passo dall’eresia” (c’è chi ha scritto così). Egli è invece lucido, forte d’un magistero che non scolora ed imbevuto d’una sensibilità capace di giunger, senza colpo ferire, agli occhi come al cuore degli spettatori.
Francesco Troiano
Aveva affermato, Olmi, che dopo “Centochiodi” (2007) avrebbe abbandonato il cinema di finzione per dedicarsi integralmente a girare dei documentari. Spinto, forse, da quanto di doloroso vede succedergli attorno, il cineasta bergamasco ci ripensa: e firma, con “Il villaggio di cartone”, un apologo che riecheggia, nella forma, “Prova d’orchestra” di Fellini. Con ogni probabilità il nostro si rispecchia nel protagonista: nei suoi dubbi dilatati dalla stanchezza fisica, nella pena che gli suscita il modo in cui le cose cambiano e alla fine in quell’afflato d’umanità, quel vigore rinnovato nella difesa di quanti non possono difendersi. Se i dialoghi del film - con i quali le “considerazioni di Claudio Magris e Gianfranco Ravasi” temiamo mal si integrino - a volte suonano un poco declamatori e poetizzanti, le immagini sono belle, potenti. Basti citare lo straordinario incipit, dove i simboli tante volte abusati della cristianità ritrovano tutta la loro forza, davanti ad una negazione che suona sacrilega pure agli occhi d’un laico; per tacere di quella sorta di presepe di colore, che sprigiona una pregnanza rara. No, davvero non si può parlare di senilità per Olmi, oppure accusarlo di essere “a un passo dall’eresia” (c’è chi ha scritto così). Egli è invece lucido, forte d’un magistero che non scolora ed imbevuto d’una sensibilità capace di giunger, senza colpo ferire, agli occhi come al cuore degli spettatori.
Francesco Troiano
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