Biografie
Un ritratto di Gino Paoli
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Gino Paoli: una navigazione lunga quarant'anni.

La metafora marinaresca, quando si parla di Gino Paoli (Monfalcone, 29/9/1934), non è fuori luogo, perché il cantautore è nato a Monfalcone ed è cresciuto a Genova, lunatico e bohèmien fino a sfiorare la leggenda, ed è giunto alla maturità, con l'allegria e la spregiudicatezza di chi non ha mai davvero imparato i modi della terraferma. Quando lui ha cominciato a frequentare la canzone, la "rivoluzione" l'aveva già fatta Domenico Modugno, ma lui, innamorato del jazz americano e della canzone francese, alla fine degli Anni 50 si è trovato ad essere il motore di una trasformazione del linguaggio e dei temi della canzone italiana che non ha precedenti. Lo spirito ribelle lo aveva ereditato dal nonno, operaio agli altiforni di Piombino, ma il piacere della musica gli veniva dai genitori: il padre ingegnere navale, che, ascoltava Puccini, Donizetti, Verdi e Mascagni, e la madre casalinga, che suonava il violino, e, dopo la guerra, cominciò a suonare il pianoforte, tentando di convincere anche i figli (Gino e Guido) a seguire il suo esempio. Poi c'erano stati i "V disc" dei soldati americani e film come "Due marinai e una ragazza" e "Bulli e pupe". Infine la canzone francese (Montand, Bécaud, Brassens, Ferré e Brel), e il rock'n'roll che nella seconda metà degli anni 50 cominciava ad impazzare anche da noi. Ma il successo in canzone arrivò quasi per caso. Fu chiamato a Milano nel 1959 da Gianfranco Reverberi, un amico genovese che lavorava alla casa discografica Ricordi, e lui, che faceva il pittore per passione, lavorava come grafico pubblicitario e scriveva canzoni per hobby (come gli amici Tenco, Lauzi, Bindi, De André), prese la cosa così sul serio da infilare una sequenza di 45 giri destinati ad entrare nella storia della canzone. Nel 1961 la casa discografica milanese, diretta con grande fiuto da Nanni Ricordi, già pubblicava il suo primo LP, intitolato "Gino Paoli", una raccolta di successi dove comparivano brani come "Me in tutto il mondo", "Senza fine", "Sassi", "Gli innamorati sono sempre soli", "Il cielo in una stanza". Paoli si avviava a diventare un artista di culto. La diffusione delle sue canzoni avveniva soprattutto tra un pubblico costituito da studenti di liceo e di università. Poi arrivò Mina con la memorabile interpretazione di "Il cielo in una stanza", il successo commerciale e il denaro sonante... Ma ancor più clamorosa fu l'affermazione di "Senza fine", interpretata da Ornella Vanoni, che visse anche un breve ma intenso amore con Gino. La canzone era un altro dei suoi capolavori e fu uno dei pochissimi brani italiani che si classificherà nei primi posti negli Stati Uniti (interpretata da big come Dean Martin, Eartha Kitt e Yes Montgomery). Da allora Gino Paoli ha scritto moltissimo, centinaia di canzoni, raccolte in 25 album, una cifra vertiginosa, se si considera la loro qualità. E soprattutto se si considera che l'uomo Paoli non ha mai smesso di condurre una vita piena, intensa e disordinata, ed è sopravvissuto anche alle lusinghe dell'alcol e della droga, e perfino a una pallottola che si è sparato al cuore nel 1963, in un momento nel quale "togliersi la vita era considerato un atto di coraggio da molti giovani intellettuali...". Come dire che la canzone, a cui tanto ha dato e da cui tanto ha avuto, non è stata certo il suo unico amore. Lo ha diviso certamente con le molte donne della sua vita (fra le quali soprattutto le madri dei suoi quattro figli, Anna Fabbri, Stefania Sandrelli e Paola Penzo), e con la passione mai venuta meno per la pittura. Da qui una carriera artistica gloriosa, ma asimmetrica, fatta anche di assenze durate anni. L'abbandono più éclatante avvenne all'inizio degli anni 70. Con il passaggio dalla Ricordi alla multinazionale del disco RCA, aveva ottenuto i suoi successi più importanti, da "Sapore di sale", a "Che cosa c'è", da "Vivere ancora" a "Anche se". Nonostante questo, a dispetto della popolarità, dei Cantagiro, dei Sanremo e delle hit parade, inaspettatamente si ritirò a Levanto a fare il ristoratore e ad accudire il padre malato, con cui aveva intrattenuto sempre un rapporto difficile ma importante. Nel 1967 del resto c'era stato un episodio che lo aveva sconvolto: la morte di Luigi Tenco, uno dei suoi amici più cari. Ma la tentazione di abbandonare l'ambiente è sempre stata forte, e negli anni si ripresenterà. Anche se poi ogni suo ritorno sarà una tappa decisiva della sua carriera. Basti pensare a "I semafori rossi non sono Dio" (un album di cover del cantautore catalano Joan Manuel Serrat), all'omaggio al poeta Piero Ciampi ("Ha tutte le carte in regola") o a "Insieme", splendido album doppio "live" realizzato con Ornella Vanoni, che segnò nel 1985 il suo ritorno trionfale alle tournée da "tutto esaurito" e alle alte vette delle classifiche discografiche. A metà degli anni 80 si può dire che è cominciata per Paoli una nuova stagione artistica, una nuova giovinezza, un nuovo "crescendo", che va da "La luna e mister Hide" a "Cosa farò da grande" e al suo sodalizio con Zucchero Fornaciari. Il suo nome è ritornato ad essere annoverato tra le "scoperte" del pubblico più giovane. Sono tornate d'attualità i suoi "soffitti viola", i suoi modi irriverenti, le sue atmosfere "esistenziali", e la sua saggezza un po' selvatica da "vecchio lupo di mare". Così adesso anche le sue canzoni nuove diventano subito dei classici, degli evergreen, mentre i suoi dischi vecchi viaggiano col vento in poppa, e le sue "quotazioni" artistiche guadagnano il mare aperto. Ora, dopo "Quattro amici al bar" (con cui vinse il Festivalbar del 1991), "King Kong Paoli" e "Appropriazione indebita", è tornato al suo pubblico con il CD "Pomodori", in tempo per festeggiare i suoi "primi 40 anni" di carriera. Forse è vero che non aveva "la voce per fare il cantante", come sostenevano i critici al suo debutto, ma evidentemente al "cantante con un filo di voce" non sono mai venuti meno due requisiti più importanti: il talento e il cuore.