Nato da Ida Wanda Bertoli e da padre sconosciuto, trascorre col nonno materno e la madre un’infanzia difficile, tra problemi economici e riprovazione sociale dovuta alla sua condizione di figlio naturale (“illegittimo”, come s’usava dire allora). Le cose mutano quando la mamma sposa, nel 1937, il direttore di un quotidiano locale, Osvaldo Parise, che sei anni dopo dà il suo cognome al ragazzo. Nel ‘49, Goffredo si trasferisce a Venezia mentre frequenta la Facoltà di Lettere all’Università di Padova. L’anno dopo consegna all’editore Neri Pozza il manoscritto de “Il ragazzo morto e le comete” (1950), suo romanzo d’esordio, che esce nel 1951. Il libro non ottiene alcuna risonanza e non viene notato dalla critica; nient’affatto scoraggiato, il giovane scrittore insiste con “La grande vacanza” (1953), dove i toni da favola sulla pubertà della prima fatica lasciano il posto ad una ricerca dei propri fantasmi di fanciullo. Stavolta il plauso dei recensori non manca, a cominciare da Eugenio Montale che sul “Corriere della sera” si dichiara “affascinato dall’abilità di Parise e dal suo calarsi nell'infanzia senza modi nostalgici e crepuscolari”. Rifiutato dall’editore Longanesi perché “puzzava di comunismo”, vede poi la luce nel ‘54 per i tipi di Garzanti “Il prete bello”, che ottiene enorme successo - nel '65 conta già ben 10 edizioni italiane e 13 traduzioni all'estero - e delinea meglio l’universo del nostro: cresciuto come romanziere nel solco del tardo neorealismo, egli descrive con ironia aguzza e sguardo critico taluni lati dell’esistenza provinciale. E’ ancora dentro dette coordinate che s’inscrivono le prove successive, “Il fidanzamento” (1956) e “Amore e fervore” (1959). Frattanto, va avanti una parallela carriera di giornalista, resa difficile dal suo carattere; l’approdo, nel 1955, al “Corriere d’informazione” di Gaetano Afeltra è un grande passo destinato a culminare in una trentennale collaborazione con il “Corriere della sera”, in giro pel mondo come “provinciale speciale”. L’ispirazione sua letteraria, una volta intuita l’importanza delle teorie darwiniste e freudiane, muta registro, divenendo apertamente polemica: “Il padrone” (1965, premio Viareggio) narra l’alienazione della vita in fabbrica, nei racconti riuniti ne “Il crematorio di Vienna” (1969) si dà conto della violenza dell’uomo sull’uomo anche nella quotidianità. Al contempo, Parise è autore di testi teatrali (“L’assoluto naturale”, 1968) e di sceneggiature per il cinema (“Agostino” e “Senilità”, tratti rispettivamente da Moravia e da Svevo, entrambi diretti nel ‘62 da Mauro Bolognini). Dipoi, con “Sillabario I” (1972) e “Sillabario II” (1982), raccolte di racconti dedicate all’analisi dei sentimenti umani, la sua rattenutezza di matrice illuministica lascia il posto a una spontaneità ed un calore inusuali, dando vita ad eccelsi esiti.
Francesco Troiano