Informazioni
CAST TECNICO - ARTISTICO
Regia: Francesco Patierno
Sceneggiatura: Diego De Silva, Giovanna Koch, Francesco Patierno
Fotografia: Mauro Marchetti
Montaggio: Cecilia Zanuso
Scenografia: Tonino Zera
Costumi: Eva Coen
Musiche: Simone Cristicchi
Durata: 90 m
Italia, 2011
PERSONAGGI E INTERPRETI
Golfetto: Diego Abatantuono
Ariele: Valerio Mastandrea
Laura: Valentina Lodovini
Marta: Sandra Collodel
Giornalista Tg: Grazia Schiavo
Sindaco: Maurizio Donadoni
Tassista: Vitaliano Trevisan
Otello: Riccardo Bergo
Mago Magic: Sergio Bustric
Questore: Fulvio Molena
Signora Verderame: Laura Efrikian
Sottocapo: Fabio Ferri
Cinema
Ha già suscitato polemiche a non finire - e un’interrogazione parlamentare, addirittura - l’opera terza di Francesco Patierno (napoletano, classe 1964; un brillante esordio col cupo “Pater Familias” nel 2002 e una seconda prova, sei anni più tardi, stazionante fra manierismo e ritualità, “Il mattino ha l’oro in bocca”): sulla scorta d’una pellicola diretta da Sergio Arau, “A Day Without A Mexican” (ambientata in una California da cui sparivano improvvisamente i messicani), il cineasta campano ha tratto un apologo intriso d’ironia, che si tinge col procedere verso la conclusione d’una sottile malinconia. Non ci sembra di vedere, nel film, traccia di malevolenza nel ritrarre la gente del luogo (lo stesso Golfetto è in fin dei conti un buon diavolo, pronto a difendere i domestici dalla pignoleria della moglie ed innamorato di una prostituta nera): a provocar tempesta deve, probabilmente, essere stato il tono da commedia scelto da Patierno per trattar argomenti che finora il cinema nostrano ha evitato od affrontato in forme drammatiche (si veda, giusto in questi giorni, il peraltro bellissimo “Terraferma” di Crialese). Ma è proprio questa l’intuizione migliore del film: la chiave del paradosso si rivela quella giusta per smascherare ipocrisie e iperboli, per ricondurre a misura di verità i toni esagitati, poco pragmatici con i quali vengono trattati certi problemi. Se ha un difetto, l’operina, sta nel suo appisolarsi sull’ottima intuizione iniziale, nel non saper più come procedere. Abatantuono, che rivolta il personaggio del “terrunciello” delle origini, eccelle; Mastandrea, nei panni d’un poliziotto un po’ cinico che si vuole riconciliare con la sua compagna (la brava Lodovini), risulta convincente. Garbato, tuttavia privo della cattiveria dello Germi di “Signore & signori” (1966), “Cose dell’altro mondo” è lavoro, in ogni caso, atipico nello scenario “normalizzato” del cinema indigeno: in quanto tale, benemerito e benvenuto.
Francesco Troiano
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