La leggenda della vita di Novecento è raccontata al pubblico dal suo amico trombettista Max Tooney, il bravissimo Pruitt Taylor Vince.
Danny Boodman T.D. Lemon Novecento viene abbandonato neonato, all'alba dell'anno 1900 (di qui il nome), sul transatlantico Virginian. Adottato da un marinaio nero, fa scoprire a soli otto anni la sua vocazione di pianista autodidatta e da allora, assunto ufficialmente questo ruolo, non abbandonerà mai la nave, non scenderà mai a terra. Addirittura non esisterà per il mondo. Novecento, però immagina prodigiosamente il resto dell'esistente carpendo immagini e sensazioni, colori e persino odori dai passeggeri che a ogni traversata affollano la nave e che imparano subito ad adorarlo. Novecento fa corpo con il suo pianoforte, lo «guida» fisicamente come uno straordinario veicolo, accetta e vince una sfida metafisica con l'inventore del jazz, il celeberrimo Jelly Roll Morton, e infine quando il Virginian va in demolizione, decide di farsi saltare per aria insieme alla nave e a sei quintali e mezzo di dinamite.
"Non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla".
Quale sfida migliore per Giuseppe Tornatore trarre un film, e per di più un kolossal, da un monologo teatrale di cinquanta pagine che si legge in venticinque minuti, si rappresenta forse in cinquanta e ha nell'originale, come ambiente principale, se non unico, la sala da ballo di un transatlantico in navigazione tra il 1927 e il 1933?
Tornatore ha confezionato un kolossal della durata di due ore e quaranta con un costo di circa quaranta miliardi, quarantacinque attori impiegati, diecimila comparse, centosettemila metri di pellicola girata, centodieci giorni di lavorazione, tra Odessa, i diciannove set di Cinecittà e dell'ex-Mattatoio, dove lo scenografo Frigeri ha ricostruito i tanti porti toccati dal Virginian nella sua navigazione. Tornatore crea un universo visivo-sonoro di grande impatto spettacolare, merito anche della stupenda fotografia di Lajos Koltai, delle grandiose scenografie di Francesco Frigeri, degli eleganti e lussuosi costumi di Maurizio Millenotti e delle insinuanti musiche di Ennio Morricone. Il film procede con immagini forti e momenti corali. Ci sono brani di stupefacente bellezza, come la Statua della Libertà che si staglia all'improvviso nella nebbia, la sala macchine come un anfratto infernale e il pianoforte che scivola per i corridoi della nave guidato da Novecento con Max. Il tutto però spinge verso un manierismo old style che contrasta con l'atmosfera dolente, amara e allegorica della vicenda.
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