Informazioni
CAST TECNICO ARTISTICO
Regia: Gabriele Muccino
Sceneggiatura: Gabriele Muccino, Heidrun Schleef
Fotografia: Marcello Montarsi
Scenografia: Paola Bizzarri
Costumi: Gemma Mascagni
Montaggio:Claudio Di Mauro.
Musiche: Paolo Buonvino
Prodotto da: Domenico Procacci (Fandango)
(Italia, 2003)
Durata: 120'
Distribuzione cinematografica: Medusa Film
PERSONAGGI E INTERPRETI
Carlo: Fabrizio Bentivoglio
Giulia: Laura Morante
Valentina: Nicoletta Romanoff
Paolo: Silvio Muccino
Alessia: Monica Bellucci
"Tutte le famiglie felici sono simili l'una all'altra, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo", scriveva Lev Tolstoj nel 1873. Centotrenta anni dopo, a Roma, i Ristuccia confermano senza remore la validità dell'assunto: appartenenti a quella media borghesia che ben conosce la vertigine da sazietà figliata dal benessere, essi campano in una sorta di scontentezza senza desideri, che li condanna ad una solitudine ancor più assoluta di quella dalla quale tentano di fuggire. Il capofamiglia, Carlo, voleva essere scrittore ma è finito a lavorare in una finanziaria; sua moglie Giulia desiderava fare l'attrice, invece è diventata un'insegnante; il primogenito Paolo vive una fine adolescenza confusa tra spinelli e amori non corrisposti; la figlia Valentina, infine, brama di fare la velina ed è per questo disposta a tutto.
C'era materia per quattro diversi film: con lo slancio che gli è proprio, Gabriele Muccino preferisce giocare la carta dell'affresco collettivo, ricorrendo - come già nel fortunato "L'ultimo bacio", ma qui con maggiore misura ed efficacia - ad un frenetico montaggio parallelo e facendo ampio uso della steadycam. Ne risulta un'opera impetuosa, torrenziale, survoltata, che travolge lo spettatore per tre quarti della sua durata con un profluvio di canzonette ed urla scomposte, voglie di tenerezza e feroci rendiconti: mentre il nucleo familiare messo in scena da Moretti ne "La stanza del figlio" era autoreferenziale e calato in un contesto acronotopico, quello sbozzato da Muccino è coniugato al presente di un'Italia arrogante (la radio accesa in sala operatoria, la jeep che sfonda un'auto in sosta) e volgare (la sicumera del divetto tv, la pacchiana belluria dell'ambiente dello spettacolo). "Ricordati di me" è imperativo categorico, gridato a squarciagola o lasciato per troppo tempo nel silenzio: sino a che, in guisa di monade, ognuno cerca rimedi dove può, Carlo nella replica d'un grande amore, Giulia in un ritorno al teatro, Paolo in una festa, Valentina nei letti giusti.
Un grave incidente (Carlo è investito da un'automobile che lo riduce in fin di vita) ferma per un attimo codesto tragitto di falene impazzite: ma lo strato liscio di tranquillità e sicurezza che alla fine tutto ricopre è con ogni evidenza fittizio, irreale. E se il registro fa segnare due vittorie (la madre ha successo in palcoscenico, la figlia in televisione) e due pareggi (il padre forse riprenderà il discorso con l'antica fiamma, il figlio ha trovato uno straccio di ragazza), Muccino pare volerci dire che il destino d'incompiuti dei personaggi è destinato a durare: sono la mediocrità e l'indeterminatezza dei loro desideri che li condannano, specchio di quelle d'un paese ov'esse dilagano.
Detto dei contenuti, sul piano della composizione bisognerà aggiungere che la rigida struttura pensata dal Nostro si rivela a tratti una camicia di Nesso: c'è una certa schematicità delle situazioni ed i personaggi, unidimensionali nella loro negatività, talvolta suonano falsi o stereotipati (la sequenza della tentata seduzione di Lavia da parte della Morante, per fare un esempio, è francamente goffa ed implausibile). Il ritmo conferito alla narrazione, inoltre, se pure è uno degli atout del film, alla lunga sfibra lo spettatore, finisce per deconcentrarlo. Si tratta, tuttavia, di peccati non capitali: "Ricordati di me" rappresenta un notevole passo avanti per Muccino, che firma la sua pellicola più riuscita e la migliore indigena dell'annata.
A suo ulteriore merito, va ascritta la felice direzione degli attori: Bentivoglio è straordinario nella sua imbarazzata malinconia, la Morante coniuga pena e furia da par suo, il giovane Muccino dà conferma del proprio talento mentre la giovanissima Nicoletta Romanoff stupisce per concentrazione e maturità; infine Monica Bellucci, in altre occasioni poco convincente, fornisce qui la sua prova più autentica e sensibile. Anche a lei, la demiurgica presenza di questo cineasta appena trentacinquenne deve aver giovato; certamente essa gioverà molto, in futuro, al cinema italiano.
F.T.