Rinascimento
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Parole chiave - Palazzo Schifanoia - La sala dei mesi
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Palazzo Schifanoia nasce per volere di Alberto V d'Este (1347-1393) come "delizia", luogo destinato a diverse funzioni, prevalentemente di incontro e di scambio diplomatico, complementari a quelle di governo. Esso subisce una radicale trasformazione sotto il duca Borso (1450-1471), che dal 1465 fa sopraelevare di un piano l'edificio ad opera dell'architetto Pietro Benvenuto degli Ordini per ricavarne l'appartamento ducale munito di un grande salone d'onore, la cosiddetta sala dei mesi dal tema degli affreschi con cui viene decorata, alla quale si accedeva direttamente dal giardino tramite una scala monumentale addossata alla loggia estiva. Queste ultime costruzioni vengono demolite dopo il 1703, quando il palazzo, dopo vari passaggi ereditari, viene ceduto alla famiglia Tassoni. Negli anni seguenti l'edificio viene subaffittato e adibito a manifattura di Tabacchi e gli affreschi vengono coperti con strati di intonaco. Dopo ulteriori vicissitudini, nel 1918 Schifanoia diviene proprietà comunale e da questo momento comincia la straordinaria fortuna dei dipinti del salone, lentamente recuperati tra il 1820 e il 1840. Si tratta dell'unico importante ciclo affrescato (da un'analisi delle tecniche i dipinti risultano eseguiti prevalentemente ad affresco e completati a tempera) a noi pervenuto risalente all'epoca del duca Borso ed è di fondamentale importanza per una più chiara definizione dei contorni della scuola pittorica ferrarese del XV secolo e come documentazione storica, grazie alla grande ricchezza di particolari narrativi e di costume. Nati per celebrare il duca Borso, i dipinti risalgono al 1469'70 e sono stati tradizionalmente attribuiti all'"officina ferrarese", Cosmè Tura, Francesco del Cossa (l' unico pittore documentato) e Ercole de' Roberti. La questione attributiva è comunque ancora aperta e sembra ormai sicura la non diretta partecipazione del Tura, malgrado la sua pittura costituisca il punto di riferimento dell'intera decorazione. La grande fortuna critica degli affreschi è cominciata all'indomani della loro riscoperta; il primo studioso a soffermarsi sulla cultura astrologica presente negli affreschi è il tedesco Aby Warburg che tiene una conferenza su questo argomento al X Congresso Internazionale di Storia dell'Arte a Roma, suscitando non poche reazioni e perplessità nel campo degli addetti ai lavori. Il grande salone decorato, il cui effetto ricorda i grandi arazzi spesso utilizzati a decorare le sale principesche, è lungo 24, largo 11 e alto 7,5 metri ed è diviso in tre fasce affrescate sovrapposte, delle quali la mediana è la più sottile. Le pareti sono a loro volta suddivise in dodici sezioni, corrispondenti ai dodici mesi dell'anno (ne rimangono intatti solo sette), all'interno delle quali si mantiene la triplice divisione in fasce orizzontali. In alto e in basso appaiono rispettivamente le divinità olimpiche su carri trionfali che proteggono i mesi e scene della vita alla corte del duca Borso . Nella fascia mediana appaiono i segni zodiacali corrispondenti ai vari mesi, circondati da tre figure: sono i decani , personificazioni delle stelle fisse. In questo modo si rende evidente, nella composizione della sala, il preminente ruolo assegnato alle divinità planetarie che dall'alto irradiano i loro influssi sulla vita della corte, raffigurata in basso, attraverso i segni dello zodiaco e le stelle fisse, rappresentate dai decani. L'intera sala diviene così rappresentazione di un sistema di relazioni astrali, quasi un grande talismano volto a cogliere il favore degli astri nei loro reciproci influssi. Oltre che alla tradizione iconografica calendariale, il complesso di affreschi fa riferimento, nella fascia superiore, all'iconografia dei Trionfi, rappresentando un corteo di divinità in movimento. La fonte di tali divinità è il poema latino Astronomicon di Marco Manilio, del quale viene ritrovato un codice da Poggio Bracciolini nel monastero di San Gallo nel 1417. Il poema di Manilio rivela l'esistenza di uno zodiaco particolare in cui la disposizione degli dei planetari segue la regola dell'opposizione diametrale a partire dal segno del Leone. L'estensore dell'erudito programma della decorazione utilizza questa fonte recentemente riscoperta e molto in auge e ne rispetta scrupolosamente la disposizione degli dei planetari ma la arricchisce con particolari desunti da altri testi, tra i quali la Genealogia Deorum di Boccaccio, della quale erano presenti due copie nella biblioteca di Borso D'Este. Accanto ai carri degli dei compaiono i "figli del pianeta", cioè le categorie di persone che in base alla loro attività e temperamento godono della protezione e dell'influsso della divinità. Nella fascia intermedia si trovano i segni zodiacali del mese e le tre figure dei decani, identificate dal Warburg. Ogni decano occupa una decade di ciascun mese (in origine le figure della sala dei mesi erano 36 ma ne sono rimaste solo 21) e sta a rappresentare una stella fissa. L'origine di queste figure è egiziana e risale probabilmente al tempo della nona o decima dinastia, cioè ai secoli XXII-XXI a.C. Questi vengono aggiunti alle divinità greche da Teucro di Babilonia, nella sua Sphaera barbarica e da qui rielaborati da Albumashar, (m.886) nel suo Introductiorum majus. Il testo di Albumashar confluisce, passando attraverso complicate migrazioni e traduzioni all'Astrolabio di Pietro d'Abano, redatto in latino nel 1293. Un precoce esempio della codificazione attuata da Teucro si trova nel famoso Planisfero Bianchini, ritrovato a Roma nel 1705 sull'Aventino e oggi conservato al Louvre.

Infine la fascia inferiore della sala dei mesi è dedicata a ritrarre Borso d'Esteimpegnato a fianco dei membri della sua cortein una serie di attivitàprincipesche. L'intento delle raffigurazioni è quello di esaltare la disponibilità ed il senso della giustizia del duca. Le scene si riferiscono probabilmente ad eventi gioiosi realmente accaduti in quegli anni a Ferrara, ad esempio, le scene cavalleresche presso il camino, legate alla tradizione francese, sono forse da collegare ad una memorabile giostra tenutasi nel 1464. L'intero ciclo, che è stato interpretato come una celebrazione del duca e della prosperità economica e culturale raggiunta sotto il suo regno si basa su di un programma iconografico probabilmente elaborato da Pellegrino Prisciani, bibliotecario, storiografo, sovraintendente alle arti di corte, nonché professore di astronomia all'università di Ferrara.

Ilaria Miarelli Mariani

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