Harvard Diary
Il bambino che sognava la fine del mondo di Antonio Scurati
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Il bambino che sognava la fine del mondo di Antonio Scurati
Informazioni
di Antonio Scurati
Bompiani
pp. 299
euro 18,00

Come la peste, la paura infetta la ricca provincia italiana: gli orchi sono tornati, a minacciare sessualmente i bambini e soprattutto a mettere in crisi la programmatica superficialità dei loro genitori, la loro esistenza costruita su abitudini, pregiudizi, status symbol - riti di immunizzazione contro ogni rischio, cambiamento, differenza. Il tema del romanzo è la pedofilia, ma ancor di più il suo effetto su una società che si è rifiutata di crescere, di diventare adulta, di accettare il principio che delle proprie azioni, o inazioni, si possa essere chiamati a rendere conto. Una società immatura, che fa pochi figli non perché giustamente preoccupata dagli effetti dell’esplosione demografica ma solo perché non vuole ammettere di invecchiare; e che di conseguenza della violenza contro i bambini si accorge solo quando ne parla la televisione, quando diventa un evento mediatico, virtuale, simbolico, magari angosciante ma soggettivizzabile, riconducibile all’interno della psiche e manipolabile - non brutalmente estraneo, indifferente, necessario, come la realtà. Infatti il protagonista del romanzo, inizialmente chiamato a osservare, da giornalista e studioso (è un professore universitario) le denunce contro alcune maestre e un sacerdote, comincia a sentirsi a sua volta una vittima, ad attribuire la propria ipersensibilità a un abuso subito da piccolo e poi rimosso. Un espediente fin troppo trasparente per restare, nell’inconscio almeno, bambino, esorcizzando i quarant’anni ormai incombenti: “Se il 28 aprile 2008, prossimo a compiere trentanove anni, mi ritrovai in via Borfuro, sede del tribunale, fu perché in quel modo credetti di poter ritornare al fianco del bambino che, in un’estate di tanti anni prima, aveva macchiato con la sua goccia di sangue un battuto di calce. Stavo lì, ero sempre stato lì, non mi sarei mai mosso di lì”. Avrebbe potuto uscirne la crudele autobiografia di un fallimento generazionale, qualcosa di simile a ciò che dieci anni fa era riuscito a fare Bulgaro con La buona e brava gente della nazione (e cinematograficamente, poco dopo, Muccino con L’ultimo bacio): una denuncia dall’interno dei dispositivi di autorappresentazione e autoassoluzione di un’élite incapace di responsabilità e tuttavia determinata a conservare l’egemonia e i privilegi del potere. O viceversa, avrebbe potuto uscirne un’analisi rigorosa, dall’esterno, dei meccanismi di persuasione dei media, di suggestione di massa: una Storia della colonna infame di inizio millennio, che rivelasse i modi in cui, in tempi di emergenza (vera o presunta), il controllo sociale e culturale si eserciti attraverso la paura. Invece le due storie parallele narrate dal protagonista - quella, pubblica, delle indagini e delle voci sulla “scuola degli orrori” e l’altra, privata, della ricerca del proprio passato - si concludono entrambe con un happy ending: la confessione in diretta tv di Marisa Comi, la principale accusatrice, di essersi inventata tutto, e il ritorno del protagonista a casa dei genitori, a farsi tranquillizzare dalla mamma: “Figlio mio, tu hai avuto un’infanzia normale. Nessuno ti ha mai fatto male da piccolo”. Quasi trecento pagine di ansie, sospetti, ambiguità cancellate da un’improvvisa certezza: “Non si poteva non crederle: era quello il modo in cui si dicono le parole ultime”. Ma lo scopo del romanzo non era proprio di rivelare le astuzie e gli inganni della psiche, individuale e collettiva? l’impossibilità di essere sicuri persino dei propri ricordi? Così la fatica di dare un senso alla trama, di superarne le incongruenze e contraddizioni, viene scaricata sul lettore. Poco riuscita anche la contaminazione dei livelli narrativi, in particolare della voce dell’autore e di quella dell’io che racconta (il protagonista assomiglia in maniera ostentata a Scurati stesso, già dalla copertina che ne propone una foto da bambino). Chi è che deplora il “disastro della pubblica istruzione” ma poi giudica “piuttosto insignificante” il fatto che un professore faccia pesanti avance sessuali alle proprie studentesse, eventualmente ricompensandole con una laurea a pieni voti o un dottorato? Sta parlando il protagonista, un nevrotico, egoista, egocentrico intellettuale e dongiovanni di provincia, che legge il mondo e lo spiega attraverso le sue emozioni e le sue idiosincrasie? O piuttosto Scurati, che ogni tanto interverrebbe per dare al suo libro una morale, per effettuare, come promette il risvolto di copertina, una “feroce critica del mondo dei media” e ingaggiare “un corpo a corpo con i nostri fantasmi”? In realtà la sua critica è tutt’altro che feroce e il corpo a corpo si trasforma in un abbraccio. Il bambino che sognava la fine del mondo offre consolazione, come ogni apocalisse sognata. E stabilità: perché se tutto è sul punto di finire, se il male ha vinto, non serve impegnarsi, migliorarsi, rinnovarsi. Inutile, per esempio, provare a cambiare l’università, punendo gli studenti incapaci e i docenti inetti. Meglio aggrapparsi all’insoddisfazione, feticizzarla: “Era da lì che si doveva partire: dallo sconforto, dalla ripulsa”. Affinché tutto resti come prima non c’è neppure bisogno che tutto cambi: basta pentirsene. La grande paura che soffocherebbe la società ha così l’effetto di giustificarne i vizi pubblici e privati. Come quelli di un altro professore, amico del protagonista, arrestato perché nel computer del suo ufficio erano stati trovati materiali pedopornografici. Disegni e animazioni tridimensionali, che “non facevano male a nessuno”: così allo sgonfiarsi del caso anche lui viene prosciolto. Giustamente. Però in questo modo implicitamente si legittima la condotta di un docente che le ore passate all’università le spendeva, invece di studiare, aggiornarsi, incontrare studenti o colleghi, a navigare su internet, poco importa se alla ricerca di pornografia o altre distrazioni. Ma l’acquiescenza, esattamente come l’apocalisse, è una forma di repressione della libertà: cancellando il futuro, e il desiderio di futuro, inibisce il piacere della diversità. Dice il protagonista (o Scurati?): “Tristi i PACS. Li trovavo tristissimi. Anche chi, come me, laico e progressista, i PACS li voleva, anzi li pretendeva, non poteva fare a meno di sentirne sotto la lingua il retrogusto amaro. Amarissimo”. Perché comporterebbero “l’eclisse storica di una forma d’amore che era stata anche una delle creazioni più alte dello spirito umano, l’amore romantico”. Come se i PAC e i DICO - o le mode, l’“asfissiante routine di studentesse con l’ombelico scoperto” - per il semplice fatto di esistere diventino un obbligo anche per chi non li vuole; come se la possibilità che qualcun altro faccia quello che io non farei autorizzi il mio fastidio. Come se l’amore, romantico o meno, per sopravvivere debba restare indiscusso, un’ideologia, un dogma. Come se le “creazioni più alte dello spirito umano”, qualunque cosa l’espressione significhi, siano tali per sempre e per chiunque. “Noi laici, progressisti e materialisti, noi atei, edonisti e nichilisti”, ribadisce la voce narrante. Noi chi? Non c’è nulla in comune fra progressisti e nichilisti, e ben poco fra laici e edonisti - si legga la bella antologia di Ciliberto, Biblioteca laica. Soprattutto, il desiderio di libertà e progresso, ossia di cambiamento e di varietà, è inconciliabile con il bisogno di identità, di stabilire chi siamo “noi”, di dimostrarlo attraverso gesti o formule di riconoscimento, che distinguono e escludono. Invece Scurati finisce con l’arrendersi alla nostalgia di un’appartenenza, di una “totalità perduta”. Persino Marisa Comi, la falsa accusatrice, viene accettata nel gruppo, malgrado la sua doppiezza, la sua follia, la sua cattiveria; anzi, proprio per quelle: “Quella donna sapeva chi eravamo e cosa provavamo; lo sapeva perché era una di noi, e questo le aveva consentito di portare le nostre suggestioni, le nostre fantasie e le nostre paure nel suo senso del crimine”. Siamo tutti peccatori e ciò ci impedisce non solo di condannare, condannarci e venire condannati ma anche di scoprirci diversi: ogni differenza viene esorcizzata dall’ammissione di una colpa universale. Peccato: nel 2002 Scurati aveva esordito con uno dei migliori romanzi dell’annata, Il rumore sordo della battaglia.

Giudizio: Giudizio: Una stella

Riferimenti:
- Roberto Esposito, Immunitas. Protezione e negazione della vita, Einaudi, pp. 212, euro 18,00.
- Francesco Cataluccio, Immaturità. La malattia del nostro tempo, Einaudi, pp. X-215, euro 19,00.
- Romolo Bugaro, La buona brava gente della nazione, Baldini Castoldi Dalai, pp. 256, euro 12,39.
- L’ultimo bacio, dir. Gabriele Muccino, DVD, Medusa, euro 12,00.
- Alessandro Manzoni, Storia della colonna infame, a cura di Luigi Weber, ETS, pp. 128, euro 22,00.
- Michele Ciliberto (a cura di), Biblioteca laica. Il pensiero libero nell’Italia moderna, Laterza, pp. XII-595, euro 28,00 [leggi la recensione].
- Francesco Remoti, Contro l’identità, Laterza, pp. 108, euro 7,00.
- Antonio Scurati, Il rumore sordo della battaglia, Bompiani, pp. 396, euro 12,00.

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