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Berlino, Staatliche Museen zu Berlin - Gemäldegalerie, Kulturforum, Sonderausstellungshallen, dal 28 giugno al 28 settembre 2008
"I suoi maestri furono Bellini e Giorgione, i suoi rivali Michelangelo e Raffaello. Ha saputo combinare la forza del primo con la dolcezza del secondo."Autore di questo esemplare compendio dell'arte di Sebastiano del Piombo (1485 - 1547) è Vladimir Nabokov che, nel 1924, scrive il racconto "Venetsianka" ispirandosi proprio a uno dei più celebri dipinti dell'artista veneziano, il "Ritratto di giovane romana (Dorotea)" del 1512 conservato alla Gemaldegalerie di Berlino. Ora la "Dorotea", dal sorriso misterioso come quello della Gioconda leonardesca, può essere ammirata in una mostra sontuosa ed emozionante allestita nella Gemäldegalerie dello Staatliche Museen di Berlino che espone l'intera produzione mobile del maestro veneziano (mancano però la "Resurrezione di Lazzaro" da Londra e la "Morte di Adone" di Firenze, inamovibili per il precario stato di conservazione). La retrospettiva colma una lacuna espositiva durata circa 500 anni, inspiegabile rispetto ad un artista che, nell'affollato firmamento dell'arte rinascimentale italiana, è stato grande tra i grandi, ammirato dai suoi contemporanei, vibrante sintesi delle due maggiori scuole pittoriche del tempo, unico a poter contare sull'amicizia e l'appoggio di Michelangelo. Lo spettacolare allestimento espositivo, curato da Luca Ronconi e Margherita Palli, propone al visitatore un viaggio iniziatico nell'avventurosa e contraddittoria carriera di Sebastiano del Piombo nato laico, solare e veneziano e morto a Roma ombroso e cattolico. Nominato nel 1531 "piombatore" apostolico (cioè responsabile dell'ufficio protocollo della cancelleria papale), Sebastiano Luciani guadagna in un sol colpo una redditizia sinecura, la tonaca e il nome con cui passa agli annali della storia dell'arte. Quaranta dipinti e una ventina di disegni - grandi tavole a soggetto sacro, piccoli dipinti su lavagna e disegni preparatori di Frate del Piombo (più una serie di opere del Manierismo romano e spagnolo che documentano la sua fortuna postuma) - sono stati riuniti dai musei di tutto il mondo per raccontare l'evoluzione dal calore cromatico degli esordi all'astrazione geometrica e ai toni cupi della tarda maturità. Nella Serenissima il giovanissimo artista si forma con Bellini e Giorgione da cui trae il gusto del "colorire vago, morbido, vezzoso" che gli servirà a conquistare prima Agostino Chigi, banchiere del Papa e uomo tra i più ricchi del suo tempo e poi il Buonarroti. E con la sua produzione veneziana del primo decennio del Cinquecento si apre la rassegna romana. Accanto alla "Sacra Conversazione" del 1509, dal Metropolitan di New York che riecheggia lo stile di Bellini, il "Ritratto di donna come vergine saggia", à la manière de Giorgione, del 1510 dalla National Gallery di Washington, il telero del 1509 dedicato al "Giudizio di Salomone" proveniente da una collezione inglese, si trovano anche le prime importanti commissioni pubbliche per le chiese veneziane, come la pala del 1511 raffigurante una "Sacra Conversazione" per San Crisostomo e le grandi ante d'organo per San Bartolomeo di Rialto del 1509. Sebastiano arriva a Roma nel 1511 al seguito del Chigi per decorarne la villa sul Tevere. Nella Città Eterna il ventiseienne veneziano si ritrova a lavorare fianco a fianco con il coetaneo Raffaello, abile e ambizioso, che rapidamente lo soppianta nei favori del potente banchiere. I magnifici ritratti realizzati a Roma da Sebastiano - in mostra nella seconda sezione della rassegna - testimoniano tuttavia la sua straordinaria capacità di tener testa alla ritrattistica di Raffaello: sono opere come "Ritratto del cardinale Ferry Carondelet" del 1511 (dal Thyssen di Madrid), il giorgionesco "Ritratto d'uomo d'armi" del 1512 da Hartford fino a "Ritratto di Anton Francesco degli Albizzi" del 1525 prestato da Huston (e del quale Vasari tesse lodi sperticate) e la stessa "Dorotea". E speculare alla rivalità con l'urbinate nasce in quegli anni il sodalizio con Michelangelo. Agli inizi del '500 infatti a Roma è in corso una guerra di posizione tra l'ombroso genio toscano e il brillante e ambizioso urbinate. Sebastiano sceglie Michelangelo (e viceversa). Fioriscono i pettegolezzi. Pare che Sebastiano, maestro del colore, non sapesse disegnare e che Michelangelo lo aiutasse fornendogli i disegni. L'ombra del genio toscano si allunga sui lavori migliori di Sebastiano e sono i dipinti esposti nella terza sala della rassegna romana, dedicata ai dipinti a soggetto religioso. La pittura di Sebastiano a questo punto è cambiata: nutrita dei volumi michelangioleschi ha acquistato un'espressività inquietante e drammatica. In mostra sfila un'impressionante sequenza di capolavori - dalla "Pietà"di Viterbo del 1516, al "Cristo al Limbo" dello stesso anni prestato dal Prado, alla "Flagellazione" di Viterbo del 1525 fino a varie versioni del dolente "Cristo portacroce"- che hanno segnato il Manierismo italiano ed europeo. Le ultime due sale della mostra che espongono, tra gli altri, lavori di Francesco Salviati, Francisco Ribalta, Scipione Pulzone documentano quest'ultimo aspetto. Dopo la nomina all'Ufficio della piombatura Fra' Sebastiano sperimenta più che lavorare. Pretende di dare lezioni di pittura a Michelangelo. I due litigano. Sebastiano diventa l'interprete più scrupoloso del Rinascimento contraddittorio e travagliato della Curia Papale e la sua pittura si fa scura, mesta. Vuole creare la "pittura eterna" dipingendo a olio su muro, su marmo e su lavagna. I suoi ultimi esperimenti si possono ammirare nelle chiese di Roma, in San Pietro in Montorio e in Santa Maria del Popolo.