Informations
Tokio, Sompo Japan Museum of Art
dal 23 novembre al 27 dicembre 2011
Orari: tutti i giorni 10.00-18.00; venerdì 10.00 - 20.00
Lunedì chiuso
Biglietti: intero 1000 yen; ridotto 800 yen
Arte
Una grande retrospettiva al Sompo Japan Museum of Art di Tokyo invita a riflettere sul destino di questo maestro schivo e appartato, la cui ricerca - dai quadri di vita milanese a quelli dedicati ai laghi briantei, dagli esercizi divisionisti sulla vita contadina del villaggio di Savognin alle distese scintillanti dell’Engadina – si è svolta lungo un sentiero che muove dal realismo per approdare al misticismo.
In mostra una sessantina di opere, tra dipinti e disegni, provenienti da importanti istituzioni pubbliche (Museo Segantini di St. Moritz, Kunsthaus di Zurigo, Minneapolis Institute of Arts di Minneapolis, Castello Sforzesco e Galleria d'Arte Moderna di Milano) e da collezioni private, prestate sempre con riluttanza perché rese fragilissime dalla tecnica divisionista. Dalle prime opere realizzate a Milano e in Brianza, quando conobbe Bice Bugatti, che fu la sua compagna di una vita, ai lavori eseguiti nel villaggio grigionese di Savognin, fino ai dipinti realizzati in Engadina, dove si rifugiò con la famiglia anche per motivi economici.
Scorrono i maggiori capolavori dell'artista, volti a testimoniare ogni tappa del suo percorso, dalla Lombardia, dove era arrivato dal Trentino irredento e dove aveva vissuto miseramente prima a Milano, al tempo dell'Accademia di Brera, poi in Brianza, stipendiato dai suoi celebri mercanti, i Grubicy, e in seguito a Savognin e infine a Malja nell’Alta Engadina dove approdò spinto dall’esigenza di una luce più tersa e di paesaggi primordiali per realizzare il sogno del ritorno alla terra-madre. Dopo che il mito delle solitudini alpestri era stato celebrato da un secolo di pensiero e letteratura romantica, da Byron a Ruskin, Ibsen, Michelet, Nietzsche, la montagna, come spazio di rifugio dal materialismo della civiltà tecnologica e dai vincoli insopportabili della socialità stessa, trovava nella pittura di Segantini la sua espressione artistica più compiuta.. Nietzsche, in particolare costituisce punto di riferimento imprescindibile per comprendere le scelte di Segantini, che nel 1896 illustrerà l' edizione italiana di "Also sprach Zarathustra", scritto pochi anni prima che il pittore vi si stabilisse, proprio nelle atmosfere incantate dell' Engandina.
Gli inizi rivelano l’influenza di Jean-François Millet: pastori, pascoli, stalle e fienili sono avvolti in tonalità fangose, terrose. Presto, queste atmosfere cupe sono sostituite da un simbolismo inquieto, denso di rapporti con le soluzioni di Vincent van Gogh. Segantini si allontana dall’esistente, per proiettarsi verso il soprannaturale. Considera i contesti alpini come struggenti luoghi dell’anima. Fra le cime trentine, ricerca barlumi di spiritualità. La sua pittura si fa luminosa offrendo visioni edeniche immerse in una luce fatta di grumi giallo cromo, tra eleganti curve e inattesi riavvolgimenti. Momenti del Paradiso ritrovato, ancora lontano dalle contaminazioni della civiltà industriale. Sfilano capolavori come "Ritorno dal bosco", "Ave Maria a trasbordo", la cui seconda stesura del 1886 (realizzata a Savognin) segnò l'inizio, in contesto italiano, della sperimentazione con la tecnica divisionista. Proprio da Vittore Grubicy, che dall'inizio degli anni Ottanta era non solo il suo mercante, ma una vera guida, Segantini apprese la possibile applicazione delle leggi dell'ottica alla pittura, iniziando a dipingere con pennellate lunghe, veloci, capaci di intrappolare la luce di una natura potente e indomita. La geniale declinazione con cui Segantini interpreta le novità divisioniste, lo porta a un uso particolare della materia pittorica, stesa in lunghi filamenti di colore, spesso puri, adatti a rendere la fisicità delle cose e dei paesaggi. Resi appunto con un' evidenza, un'immedesimazione che va ben oltre la loro descrizione materiale, per determinare un'essenza ideale, spesso sacrale come accade in "Mezzogiorno sulle Alpi" del 1891, vero compendio dell’arte di Segantini, in cui Baba (Bice Bugatti) cerca di difendersi da un sole radiante dalle scoperte valenze panteiste. Al primo periodo trascorso a Maloja appartiene il magnetico autoritratto del 1895, nel quale l'artista presenta di sé l'immagine - che tanta fortuna (anche di mercato) ebbe presso i contemporanei - dell’individuo solitario, a tratti enigmatico, capace di sfidare qualsiasi avversità, che fa parte della abilissima, ma anche sofferta, mitizzazione da parte dell' artista della propria vicenda biografica ed estetica, sino alla fine leggendaria, e, sino alla sua celebrazione da parte di D’Annunzio. La ricerca simbolista degli ultimi anni prende forma in lavori come "La Vanità" del 1897, in cui le Alpi sono ormai diventate per l’artista un luogo mentale da tradurre in miti dal significato inconscio, e in "Paesaggio Alpino" trovato dopo la sua morte nell’atelier di Maloja, incompiuto o forse così lontano da ogni intenzione naturalistica da apparire tale ai suoi contemporanei.
Accanto ai dipinti la rassegna giapponese allinea un cospicuo nucleo di disegni, ai quali Segantini dedicava uguale attenzione. Quasi mai si trattava infatti di opere "preparatorie", ma se mai "conseguenti" alle tele, di cui erano rielaborazioni pensose. Segantini poneva le sue tele, spesso monumentali, all'aperto; faceva costruire una sorta di riparo e per mesi le dipingeva sul posto, avvolto dalla natura, che era l'unica sua ispiratrice. Spesso le fotografava e solo in seguito le rielaborava attraverso il mezzo più "privato" del disegno, anche a distanza di anni, quando il suo linguaggio era ormai mutato.
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