Informazioni
CAST TECNICO - ARTISTICO
Regia: Paolo Sorrentino
Sceneggiatura: Paolo Sorrentino, Umberto Contarello
Fotografia: Luca Bigazzi
Montaggio: Cristiano Travaglioli
Scenografia: Stefania Cella
Costumi:Karen Patch
Musiche: David Byrne, testi Will Oldham
Durata: 120 m
Italia/Francia/Irlanda, 2011
PERSONAGGI E INTERPRETI
Cheyenne: Sean Penn
Mordecai Midler: Judd Hirsch
Mary: Eve Hewson
Robert Plath: Harry Dean Stanton
Jane: Frances McDormand
Se stesso: David Byrne
Aloise Lange: Heinz Lieven
Dorothy Shore: Joyce Van Patten
Rachel: Kerry Condon
Richard: Liron Levo
Madre di Mary: Olwen Fouéré
Ernie Ray: Shea Whigham
Jeffrey: Simon Delaney
Cinema
Pubblicato nel 1983, “Speaking in Tongues” è consacrazione per i Talking Heads, la banda più cool sulla scena della pop music, negli anni ‘80. Tra i brani del disco, spicca “This must be the place”, travolgente capo d’opera del leader carismatico del gruppo, David Byrne. All’epoca dei loro successi, i Talking Heads non sapevano di avere fra i propri fan più irriducibili il futuro cineasta Paolo Sorrentino: lui, però, non ha dimenticato. E’ per questo che il suo ultimo lungometraggio s’intitola “This must be the place” e vede, in una scena, la presenza proprio del guruistico David Byrne, nei panni di se medesimo. Frutto d’una gestazione durata tre anni, il film è pure tanto di più: una ricognizione negli Usa condotta con lo sguardo di un giovane regista mediterraneo, una tersa pellicola on the road al tempo stesso classica ed europeizzante, un’azzardosa scommessa.
Al centro della vicenda sta una ex-rock star sulla cinquantina, Cheyenne, ritiratosi a Dublino per trascorrervi un’esistenza più che agiata. Rossetto rosso e cerone bianco, l’artista patisce la noia, langue sotto il peso di un indefinibile qualcosa ch’egli identifica nella depressione. Alla notizia della morte del padre, col quale aveva interrotto i rapporti da tempo immemorabile, scopre dai diari di quest’ultimo che aveva trascorso gli ultimi trent’anni dando la caccia a un criminale nazista, che lo aveva umiliato. Contro ogni logica, Cheyenne decide di proseguire le ricerche e attraversa gli Stati Uniti in cerca d’un novantenne, probabilmente deceduto per consunzione...
Lento per meditata scelta, elegante nella composizione delle immagini, “This must be the place” è il viaggio iniziatico di un uomo di mezz’età, già simbolo d’una generazione poi dolente antieroe della difficoltà a invecchiare. Spaurito nel mondo, egli trova nell’Olocausto una cartina di tornasole e nel confronto finale con il decrepito nazista - una sequenza memorabile nei dialoghi e nello scioglimento - la catarsi, il disvelamento delle proprie angoscie. “This must be the place” è il film più corale del regista napoletano: se per Sean Penn non esistono elogi bastevoli, Sorrentino è grande pure nelle figure laterali, siano l’inventore di trolley o il cacciatore di nazisti (quanto a Frances McDormand, è strepitosa come d’uso). Le camere d’affitto, le periferie, i locali, le roulotte perse nel deserto sono altrettante finestre su di un’America che non finiremo mai di scoprire.
Francesco Troiano
Al centro della vicenda sta una ex-rock star sulla cinquantina, Cheyenne, ritiratosi a Dublino per trascorrervi un’esistenza più che agiata. Rossetto rosso e cerone bianco, l’artista patisce la noia, langue sotto il peso di un indefinibile qualcosa ch’egli identifica nella depressione. Alla notizia della morte del padre, col quale aveva interrotto i rapporti da tempo immemorabile, scopre dai diari di quest’ultimo che aveva trascorso gli ultimi trent’anni dando la caccia a un criminale nazista, che lo aveva umiliato. Contro ogni logica, Cheyenne decide di proseguire le ricerche e attraversa gli Stati Uniti in cerca d’un novantenne, probabilmente deceduto per consunzione...
Lento per meditata scelta, elegante nella composizione delle immagini, “This must be the place” è il viaggio iniziatico di un uomo di mezz’età, già simbolo d’una generazione poi dolente antieroe della difficoltà a invecchiare. Spaurito nel mondo, egli trova nell’Olocausto una cartina di tornasole e nel confronto finale con il decrepito nazista - una sequenza memorabile nei dialoghi e nello scioglimento - la catarsi, il disvelamento delle proprie angoscie. “This must be the place” è il film più corale del regista napoletano: se per Sean Penn non esistono elogi bastevoli, Sorrentino è grande pure nelle figure laterali, siano l’inventore di trolley o il cacciatore di nazisti (quanto a Frances McDormand, è strepitosa come d’uso). Le camere d’affitto, le periferie, i locali, le roulotte perse nel deserto sono altrettante finestre su di un’America che non finiremo mai di scoprire.
Francesco Troiano
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