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La coscienza di Zeno di Italo Svevo
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Italo Svevo, La coscienza di Zeno, copertina del libro
Informazioni
di Italo Svevo
a cura di Beatrice Stasi
Edizioni di Storia e Letteratura,
pp. CXXX-429,
euro 58,00
È uno dei capolavori della narrativa italiana, uno dei rari libri della nostra tradizione che riesca a essere contemporaneamente una grande opera letteraria - che fa pensare, rivela la mentalità e le abitudini di un’epoca (gli anni attorno alla Grande Guerra, quelli del trapasso dalla belle époque al fascismo), smaschera le menzogne e i trucchi su cui fondiamo la nostra identità -, e un romanzo di puro intrattenimento, leggibile con piacere anche da chi non abbia propensione per le riflessioni, sia disinteressato alla storia e si rifiuti di guardarsi dentro. Significativo che lo abbia scritto un imprenditore, abituato ad accettare i giudizi del mercato: e che infatti a fine ‘800, quando era ancora nei suoi trent’anni, all’insuccesso dei suoi primi due romanzi non aveva opposto scuse e aveva abbandonato la scrittura. Attese venticinque anni prima di riprovarci e lo fece al momento opportuno e nel modo giusto. Trieste era finalmente diventata italiana (e la questione di Fiume ancora aperta): prevedibile un interesse per le vicende di un triestino attraverso la guerra; con in più l’ingrediente della psicoanalisi, che se ancora faticava a trovare spazi in un mondo culturale dominato dall’idealismo di Croce e Gentile, tuttavia incuriosiva e costituiva un argomento di conversazione mondana. Il tutto tenuto insieme dall’umorismo, a creare un’“epica comica” che attirò prima l’attenzione di influenti critici e scrittori (a cominciare da Joyce e Montale) e poi di un ampio pubblico. Fra le ragioni del successo di Svevo va inclusa la lingua, tutt’altro che semplice e ingenua ma capace di sembrarlo: “Il dottore ignora che cosa significhi scrivere in italiano per noi che parliamo e non sappiamo scrivere il dialetto”, confessa alla fine Zeno, conquistandosi la simpatia dei tanti lettori ai quali uno stile troppo ricercato e senza errori era sempre sembrato artificioso oltre che intimidente. Insomma, invece di andare come Manzoni a sciacquare le sue pagine nell’Arno, Svevo lasciò credere di averle sciacquate nell’Ospo (che è il fiume che scorre vicino a Trieste): astuto stratagemma, suggerisce la curatrice di questa edizione critica della Coscienza, per poter imputare al suo personaggio le scorrettezze grammaticali e la trasandatezza stilistica che erano invece sue proprie (il pregiudizio, diffuso anche fra alcuni suoi estimatori, che “scrivesse male”). In effetti il problema che tutti gli editori di questo testo hanno dovuto affrontare è come comportarsi nei confronti delle varie incongruenze logiche o narrative e delle imprecisioni grammaticali: si tratta di sviste o refusi, evidentemente da correggere? o della cultura linguistica dell’autore, del suo idioletto, nel qual caso potrebbero (o dovrebbero, secondo alcuni filologi) essere conservati? o addirittura di un idioletto intenzionalmente costruito per Zeno, e dunque, e dunque irrinunciabile? Un caso interessante è quello di una delle sezioni in cui si articola il capitolo finale, proposto in forma di diario. Nella prima edizione del 1923, l’unica apparsa mentre Svevo era in vita, la sezione ha la data 26 giugno 1919: che però non torna, visto che fa riferimento a eventi narrati nella sezione precedente, del 15 maggio 1915, come molto prossimi (“finalmente, dopo l’attesa di un mese, ebbi le prime notizie della mia famiglia”), e visto che la successiva (e conclusiva) parte del diario è del 24 marzo 1916. D’altra parte a modificare la data in 26 giugno 1915, come è stato fatto a partire dalla seconda edizione del 1930, si crea una contraddizione con un altro passo, in cui si parla al passato dell’“estate del 1915” (che ovviamente il 26 giugno era appena cominciata), costringendo i curatori a un’ulteriore correzione (in “estate del 1914”). La spiegazione più convincente è che in una prima stesura Svevo avesse pensato di concludere la sua storia nel 1919 (che secondo alcune testimonianze, incluso il proprio Profilo autobiografico, è l’anno in cui cominciò a scrivere il romanzo); e che quando decise di anticiparla di quattro anni lo fece frettolosamente. Debole a mio parere la tesi opposta, che anche dietro a queste incoerenze ci fosse la lucida volontà di un autore intento a incrinare in modo sottile, subliminale, la credibilità del suo personaggio. I romanzieri scrivono per dei lettori normali, non per i critici o i filologi: e come l’industriale Svevo sapeva bene, i consumatori, inclusi quelli attenti, acuti e appassionati, raramente hanno tempo per troppo minuziosi riscontri o troppo cervellotici indizi.  È vero che un testo letterario può  può avere molteplici livelli di fruizione ed essere dunque capito in modo diverso da diversi utenti di diversa competenza, ma ciò non avviene mai a scapito della sua coerenza interna, ossia al rischio che per apparire più sofisticato a qualcuno venga considerato trasandato dagli altri. Non è un caso che sia la traduzione francese che quella tedesca, entrambe condotte sotto la supervisione dell’autore, correggessero la data e le altre contraddizioni. Sono informazioni che ci fornisce Beatrice Stasi, la curatrice (e autrice di una recente monografia su Svevo), in un’ampia nota al testo: che certamente avrebbe costituito un ottimo saggio da rivista specializzata ma che non spiega la necessità di un’altra edizione critica della Coscienza (la terza in meno di trent’anni). Alla fine le innovazioni rispetto alle tante ristampe in commercio (molto più economiche e alcune con eccellenti introduzioni e commenti che aiutano a interpretare l’opera) sono poche e di pochissimo conto, sostanzialmente grafico-fonetiche. Le vere questioni testuali, come quella della data ricordata sopra (ma anch’esse sono a ben guardare dettagli trascurabili e infatti trascurati dalla stragrande maggioranza dei lettori, inclusi quelli professionali), restano irrisolte: “Una volta rivelate tale incongruenze, è sembrato opportuno mantenere tutte le indicazioni temporali, ancorché improbabili, dell’edizione originale”. Fare ricerca è cosa utile anche quando non porta a risultati positivi, quando si arrende all’indecifrabilità dei fatti: ma per dare notizia di un impasse o di un fallimento non c’è bisogno di un costoso volume di cinquecento pagine. In realtà sarebbe tempo che per questo tipo di pubblicazioni, quasi sempre sovvenzionate o sponsorizzate e dirette alle biblioteche e a un limitatissimo numero di addetti ai lavori, ci si servisse, piuttosto che di volumi tradizionali, di internet. Come del resto ormai avviene per la gran parte dei lavori degli scienziati. Perché sprecare carta e risorse quando l’unico scopo di un’edizione critica è fornire un testo che altri editori possano riprendere in edizioni commerciali, o che un paio di studiosi utilizzeranno per le loro ricerche sulle incertezze linguistiche di Svevo? (Se pure: può essere facilmente dimostrato che la maggioranza delle edizioni critiche, in particolare di testi moderni, non solo non ha un mercato che giustifichi l’investimento ma neppure ha indotto a ulteriori studi). Però la Coscienza di Zeno la consiglio a chiunque non l’abbia mai letta e anche a chi non la rilegga da tempo: in commercio ce ne sono numerose ristampe, incluso il Meridiano (in versione economica) di tutti i romanzi.


Riferimenti:
- Beatrice Stasi, Svevo, Il Mulino, pp. 168, euro 13,00.
- Italo Svevo, Racconti e scritti autobiografici, a cura di Clotilde Bertoni, Mondadori, pp. XCI-1515, euro 55,00.

Altre edizioni:
- Romanzi e “continuazioni”, a cura di Nunzia Palmieri e Fabio Vittorini, introduzione di Mario Lavagetto, Mondadori (Meridiani Collezione), pp. CXXXV-1799, euro 12,90.
- La coscienza di Zeno e continuazioni, a cura di Mario Lavagetto, Einaudi, pp. LXXVI-588, euro 9,50.
- La coscienza di Zeno, Garzanti, introduzione di Gabriella Contini, pp. XLII + 430, euro 8,50.
- Zeno’s Conscience, trad. William Weaver, Vintage, pp. 464, dollari 16,00.

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